Vincenzo Castella: Timeless Archaeology, tempo e memoria del presente

In questa puntata incontriamo Vincenzo Castella in occasione di Timeless Archaeology, la mostra curata da Marco Scotini a BUILDING GALLERY, Milano. Partendo dal paesaggio industriale, la conversazione attraversa Viaggio in Italia, il rapporto tra documento e visione, la temporalità fotografica, l’uso circoscritto del digitale, la centralità della stampa e il modo in cui una ricerca prende forma nel tempo.

In questa puntata

Timeless Archaeology e il paesaggio industriale

La mostra diventa il punto di partenza per interrogare la fotografia industriale di Castella non come semplice documento del passato, ma come luogo in cui tempi differenti continuano a sovrapporsi.

Viaggio in Italia e la costruzione dello sguardo

Castella torna sull’esperienza di Viaggio in Italia, raccontando ciò che quella stagione ha lasciato nel suo lavoro e le distanze maturate nel tempo. Il discorso si allarga al modo in cui si costruisce una pratica personale dentro relazioni e confronti collettivi.

Tempo, digitale e stampa

Dalla serie di Baden, che scompone un secondo in ventiquattro fotogrammi, alla stampa come conclusione materiale del lavoro: analogico e digitale non vengono contrapposti in astratto, ma scelti in funzione di ciò che la fotografia deve fare.

Strumenti, territori, ossessione e Luigi Ghirri

Nella parte finale si parla della sovrabbondanza di mezzi contemporanei, della difficoltà di inventare nuovi territori di ricerca e dell’ossessione come energia necessaria alla pratica. La puntata si chiude con un ricordo personale di Luigi Ghirri.


Ascolta la puntata:


I temi di questa puntata

Da Walker Evans a Viaggio in Italia

Castella ricostruisce il momento in cui la fotografia gli appare come una strada percorribile, a partire da alcuni modelli di riferimento. Il passaggio a Viaggio in Italia permette poi di distinguere la forza di un’esperienza condivisa dalla costruzione di una mitologia: continuità e distanza possono convivere, così come il lavoro personale può cercare un dialogo collettivo senza perdere la propria specificità.

Archeologia del presente e tempo fotografico

La definizione curatoriale di “archeologia del presente” apre un confronto sulla temporalità. Castella richiama Danto e Paolo Virno, poi insiste sul fatto che la fotografia non ferma il tempo: un’immagine può piuttosto concentrarlo o diluirlo, mettendo in movimento la sensibilità di chi guarda. Anche il riferimento a Zone e a Stalker viene ricondotto alla continuità della sua ricerca, con una presa di distanza dalla retorica e dalla metafora.

Il documento deve produrre visione

Entrare in una fabbrica significa per Castella tenere insieme presenza sul campo, distanza, luce, durata e scrittura fotografica. L’assenza della figura umana è una scelta precisa, ma non elimina il lavoro umano dalle immagini. Il documento non è un grado zero della fotografia: deve possedere una forma capace di produrre visione.

«Per me la fotografia è generativa e relazionale.» — Vincenzo Castella

Verticalità, digitale e secondo cinematografico

Il formato verticale occupa, secondo Castella, zone residuali dell’attenzione e degli spazi privati. Nella serie di Baden il digitale serve invece a un problema specifico: analizzare ventiquattro fotogrammi di un secondo, entrando nel singolo fotogramma con una precisione che modifica il rapporto fra movimento e immagine fissa.

La stampa come conclusione del lavoro

Alla domanda su quanto sia importante la stampa, Castella risponde senza esitazione. Il lungo processo mentale e progettuale può essere immateriale, ma la fotografia su carta porta il lavoro a una forma conclusa e durevole. Da qui anche il racconto del rapporto con gli stampatori e con il laboratorio, già centrale nella fotografia a colori analogica.

«Beh, è tutto.» — Vincenzo Castella, sulla stampa fotografica

Molti mezzi, pochi territori

Tornando a Viaggio in Italia, Castella propone un rovesciamento: allora c’erano pochi strumenti e molti territori possibili; oggi gli strumenti sono abbondanti, mentre i territori devono essere nuovamente inventati. Il problema non è quindi soltanto l’accesso ai mezzi, ma la costruzione di un percorso, di una metodologia e di un’attenzione capace di durare.

«Quei tempi prevedevano una carenza di strumenti, ma un’abbondanza di territori possibili. Adesso invece è il contrario.» — Vincenzo Castella

Guardare, aspettare, diventare ossessivi

Per vedere una mostra, dice Castella, servono tempo e metrica più che uno sforzo contemplativo programmato: bisogna dare una possibilità alle cose e aspettare che siano loro a restituire lo sguardo. Nella risposta successiva individua poi nell’ossessione — esplicitamente distinta da quella psichiatrica — una condizione necessaria per portare avanti una pratica culturale.

«Questo tipo di applicazione richiede una cosa che è gratis, ma che è faticosa, che è l’ossessione.» — Vincenzo Castella

Un ricordo di Luigi Ghirri

La chiusura torna a una relazione concreta. Castella ricorda Luigi Ghirri come una delle prime persone ad aver guardato il suo lavoro in modo decisivo e ne sottolinea soprattutto ironia, lucidità, distacco e umiltà, più che una generica aura romantica.

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