Guido Harari – Musica, incontri e immagini

Per oltre cinquant’anni Guido Harari ha attraversato la musica, la cultura e il ritratto contemporaneo costruendo, immagine dopo immagine, un archivio di incontri. In questa puntata di Discorsi Fotografici ripercorriamo il suo rapporto con la fotografia: dagli inizi da autodidatta e dal desiderio di avvicinarsi agli artisti che amava, fino ai progetti più recenti dedicati alle persone comuni, alla fragilità e all’ascolto.

In questa puntata

Dalla musica alla fotografia

Guido Harari racconta come la fotografia sia entrata nella sua vita attraverso il padre e come la passione per il pop e il rock lo abbia spinto, ancora giovanissimo, a cercare un modo per passare dall’altra parte: non più soltanto spettatore o fan, ma persona capace di incontrare e raccontare gli artisti.

L’incontro prima dello scatto

Con Fabrizio De André, Nick Cave, Peter Gabriel e Frank Zappa la fotografia diventa soprattutto relazione. Harari parla del valore della conversazione, del silenzio, dell’ascolto e della capacità di adattarsi allo stato d’animo di chi si trova davanti all’obiettivo.

Caverna Magica e Ritratti Sospesi

Dai personaggi celebri alle persone comuni: la Caverna Magica e i Ritratti Sospesi aprono il ritratto a storie di fragilità, disabilità e marginalità, mettendo al centro identità, dignità e tempo condiviso.

Un archivio che continua a cambiare

La scelta delle immagini non finisce con lo scatto. Harari racconta come montaggio, sequenza, post-produzione e distanza temporale possano trasformare il significato di una fotografia e riattivare continuamente l’archivio.



I temi di questa puntata

Inventarsi un mestiere

Harari parte da un’immagine domestica: il padre che fotografa i momenti della vita familiare. A quella memoria privata si aggiunge la passione per la musica e per un immaginario che, negli anni della sua formazione, arriva soprattutto dalle copertine dei dischi e dalle riviste straniere. Non esiste un percorso già tracciato e proprio questa assenza lo costringe a costruire il proprio modo di lavorare.

«C’era l’invenzione di una piccola breccia per poter passare dall’altra parte.» — Guido Harari

Il soggetto prima dello stile

Nell’incontro con gli artisti Harari cerca di evitare tanto la distanza reverenziale del fan quanto l’imposizione di una firma visiva prestabilita. Ogni persona richiede un linguaggio diverso, una luce diversa, un modo diverso di essere avvicinata. La riconoscibilità, per lui, non coincide con la ripetizione di una formula.

Fabrizio De André, Nick Cave e l’ascolto

Con Fabrizio De André la fotografia può diventare quasi un corollario della conversazione; con Nick Cave, al contrario, un incontro quasi senza parole produce comunque un ritratto importante. Harari insiste sul fatto che non esiste una tattica universale: bisogna capire la persona, ascoltare, e in alcuni casi accettare persino di non scattare.

«Quello che conta veramente è l’incontro con la persona più che col personaggio.» — Guido Harari

Caverna Magica e Ritratti Sospesi

Nei progetti più recenti il fotografo incontra persone che non conosce e che scelgono di farsi guardare. La Caverna Magica nasce come spazio di ritratto e ascolto; i Ritratti Sospesi allargano poi lo sguardo alle persone seguite da realtà del terzo settore, perché la città non è fatta soltanto di chi può prenotare e pagare un ritratto. Il tema della disabilità introduce anche il ruolo della mediazione di operatori e famiglie.

Dopo lo scatto: montaggio, archivio, tempo

Una fotografia può cambiare completamente funzione a distanza di anni. La selezione per un giornale o una copertina discografica obbedisce a esigenze immediate; una mostra o un libro fanno invece nascere nuovi dialoghi fra immagini lontane. Per Harari il digitale ha ampliato ulteriormente questa possibilità, rendendo la post-produzione una nuova forma di camera oscura.

«L’archivio non è una cosa morta, è una fonte continua di suggestioni, di nuovi racconti, di stimoli anche verso nuove direzioni.» — Guido Harari

Artisti, social e controllo dell’immagine

La conversazione affronta il passaggio a un sistema nel quale artisti e management possono produrre, approvare e distribuire direttamente immagini e video. Harari osserva con curiosità la velocità dei contenuti realizzati da figure embedded e, nello stesso tempo, esprime una posizione molto critica sullo stato della musica contemporanea. È il punto in cui il suo interesse personale sembra spostarsi definitivamente verso altri soggetti e altre ricerche.

Il gioco e il momento imprevedibile

La fotografia, per Harari, non deve diventare un rito troppo serio. I ritratti di Lina Wertmüller, Tom Waits o Ennio Morricone vengono ricordati come episodi in cui il soggetto accetta di giocare con la propria immagine. Il momento decisivo può essere preparato, incoraggiato, provocato, ma spesso resta qualcosa che accade all’improvviso.

Un volto che interroga

Nonostante il consumo rapidissimo delle immagini, Harari continua a credere nella forza del primo piano. Un ritratto funziona quando lo sguardo non si limita a essere guardato, ma interroga chi osserva: Dario Fo, José Saramago e Lou Reed diventano esempi di questa possibilità.

Fotografare come improvvisare

Quando gli chiediamo quale musica assomigli di più al suo modo di fotografare, Harari sceglie il jazz: non per una questione di genere, ma perché impone di arrivare preparati e poi dimenticare la preparazione, reagendo a ciò che il soggetto porta con sé in quel momento.

«Più jazz che rock, per il semplice fatto che jazz è sinonimo di improvvisazione.» — Guido Harari

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