Come nascono le fake news e quale ruolo hanno fotografia e giornalismo nella diffusione delle notizie? Nell’undicesima puntata di Storie di Enzo Dal Verme partiamo da un reportage realizzato a New York nel 2004: una serie di ritratti di donne calve che sfidavano gli standard estetici dominanti e che incontrò molte difficoltà nel circuito editoriale.
Da quella storia il discorso si allarga a ciò che viene pubblicato, alle pressioni degli inserzionisti, alla manipolazione delle notizie, al citizen journalism e a una domanda diventata ancora più urgente: quando immagini vere e false possono apparire indistinguibili, che cosa rende affidabile chi racconta la realtà?
In questa puntata
Un reportage che le riviste non volevano pubblicare
Enzo Dal Verme ricostruisce il lavoro realizzato nel 2004 a New York con un gruppo di donne che rivendicava il diritto di essere calve e il modo in cui il progetto si scontrò con gli ideali estetici e gli interessi pubblicitari delle riviste.
Fake news, omissioni e pressioni editoriali
La manipolazione dell’informazione non nasce con i social network. Dal Verme racconta episodi in cui inserzionisti, linee editoriali e ricerca dell’attenzione hanno condizionato ciò che poteva essere pubblicato e il modo in cui una storia veniva presentata.
Demotix, Spot.Us e citizen journalism
Dalle piattaforme che raccoglievano immagini di professionisti e cittadini al crowdfunding giornalistico, la puntata ripercorre alcune delle esperienze che hanno cambiato il rapporto fra redazioni, fotografi e pubblico.
Affidabilità, verifica e ruolo del professionista
Teen Vogue, WITNESS e i materiali amatoriali mostrano quanto sia diventato accessibile documentare un evento. Proprio per questo, verifica, contesto, reputazione e responsabilità diventano ancora più centrali.
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I temi di questa puntata
Le donne calve di New York e il confine della pubblicabilità
Nel 2004 Enzo Dal Verme fotografa a New York un gruppo di donne che vuole ridefinire il concetto di bellezza e rivendicare il diritto di mostrarsi calve. Alcune hanno l’alopecia, altre hanno affrontato la chemioterapia, altre ancora scelgono semplicemente di rasarsi. Il progetto nasce senza una commissione e viene costruito attraverso ritratti e testimonianze personali.
Quando Dal Verme prova a proporlo alle riviste, però, incontra una resistenza inattesa: secondo il suo racconto, quelle immagini rischiano di entrare in conflitto con l’ideale femminile sostenuto dagli inserzionisti. Il progetto finirà per circolare altrove, fra blog, Behance e piattaforme giornalistiche, ma con un ritorno economico molto inferiore al lavoro investito.
«E poi ho anche imparato che non tutto trova spazio per essere pubblicato.» – Enzo Dal Verme
Dalla selezione editoriale alle fake news
La vicenda diventa il punto di partenza per distinguere informazione e visibilità. Le fake news non vengono descritte come un fenomeno nato con Internet: anche i media tradizionali possono omettere fatti, orientare un racconto o adattarlo a interessi economici e politici. Social network e intelligenza artificiale rendono però la manipolazione più rapida, economica e difficile da riconoscere.
Dal Verme richiama la disinformazione circolata in Messico dopo l’uccisione di un boss dei narcos: immagini autentiche, immagini alterate e contenuti completamente falsi possono apparire nello stesso flusso, costringendo il giornalismo a tornare alla propria funzione essenziale di verifica.
La reputazione come parte della professionalità
Già nel 2010 Dal Verme aveva scritto che, in un ambiente informativo sempre più aperto, sarebbe diventata decisiva l’affidabilità di chi racconta. La diffusione del citizen journalism rende quella riflessione ancora più attuale: una fotografia può essere tecnicamente convincente, ma senza una fonte affidabile resta incompleta.
«Noi giornalisti e fotografi siamo una fonte, per cui noi dobbiamo stare molto attenti alla nostra reputazione.» – Enzo Dal Verme
Quando l’editore cambia la storia
La conversazione attraversa diversi episodi professionali: una proposta sull’inquinamento delle bottiglie di plastica, un servizio sulla chirurgia estetica in Brasile, un articolo dedicato a una scuola di meditazione e il precedente lavoro su Made in Carcere. In forme diverse, il problema è lo stesso: il contenuto consegnato dal fotografo può essere modificato per adattarsi alla linea editoriale, agli inserzionisti o al pubblico immaginato dalla testata.
Demotix e la promessa del citizen journalism
Con Demotix cambia radicalmente la velocità con cui le immagini possono arrivare alle redazioni. Professionisti e cittadini presenti sul luogo di un evento possono caricare fotografie immediatamente, mentre la piattaforma si occupa di distribuzione e verifica. Per i fotografi è contemporaneamente un’opportunità e una nuova forma di concorrenza.
Il punto decisivo, però, resta il lavoro giornalistico: incrociare i dati, controllare l’autenticità e trasformare il materiale locale in informazione utilizzabile.
Spot.Us e il giornalismo finanziato dal pubblico
Spot.Us prova un’altra strada: il crowdfunding. Un giornalista propone una storia, il pubblico contribuisce al budget e, raggiunta la cifra necessaria, l’inchiesta viene realizzata e può essere ripubblicata. Il modello promette di ridurre la dipendenza dagli editori tradizionali, ma introduce nuove tensioni: sostenibilità economica, inserzionisti e aspettative di chi finanzia.
#journorequest, Teen Vogue e WITNESS
Il citizen journalism è ormai entrato nei processi ordinari dell’informazione. Attraverso #journorequest i giornalisti cercano testimonianze, immagini e persone da intervistare. Dopo l’uccisione di George Floyd, il tema della documentazione amatoriale assume anche una dimensione civile.
Dal Verme cita la guida di Teen Vogue su come filmare in modo sicuro ed etico la cattiva condotta della polizia: proteggere il telefono, creare backup, registrare elementi che rendano verificabili ora e luogo. Dietro queste indicazioni c’è anche il lavoro di WITNESS, organizzazione che dal 1992 aiuta attivisti e cittadini a usare il video per documentare violazioni dei diritti umani.
«Oggi più che mai è fondamentale che la fonte sia affidabile.» – Enzo Dal Verme
Che cosa resta al fotografo professionista
Se uno smartphone permette a chiunque di documentare un evento, il valore del professionista non può più dipendere soltanto dall’accesso alla macchina fotografica. Dal Verme indica un’altra funzione: controllare l’attendibilità, collegare i fatti, comprenderne il contesto storico e sociale e costruire approfondimenti che una singola testimonianza non può offrire.
«Mai come ora la nostra autorevolezza e la nostra professionalità sono state così fondamentali.» – Enzo Dal Verme
