Per Silvio Wolf la fotografia non è mai stata uno strumento di rappresentazione. È piuttosto una soglia: un punto di contatto tra il visibile e ciò che nel visibile eccede, tra lo spazio fisico e una dimensione che si attiva solo nello sguardo di chi osserva.
La mostra L’Altrove, con testo critico di Alberto Fiz, è visitabile a Milano dal 24 febbraio al 21 marzo 2026. Il progetto si sviluppa tra BUILDING TERZO PIANO, dove è allestita la mostra principale, e la Galleria Moshe Tabibnia, sede espositiva aggiuntiva. Opere storiche e lavori recenti dialogano con un intervento installativo nel quale immagine e suono coincidono nel tempo dell’esperienza.
In questa puntata
Soglia, assenza e altrove
Silvio Wolf racconta le tre coordinate che attraversano la sua ricerca e il modo in cui la mostra diventa un viaggio attraverso luoghi di transizione, immagini e spazi simbolici.
Il visitatore come coautore
L’opera non si conclude con l’intenzione dell’artista: lo sguardo di chi osserva, il contesto espositivo e il movimento nello spazio completano il lavoro e possono rivelarne significati inattesi.
Immagine, suono e installazione
Con Aperture II la conversazione affronta la progettazione delle installazioni, l’imprevedibilità dell’esperienza reale e il ruolo del suono come ulteriore livello percettivo.
Supporti, mihrab e libro d’artista
Carta, Cibachrome, superfici specchianti, Piccolo Myhrab Monumentale, Le Due Porte e Dal Libro della Vita permettono di attraversare oltre quarantacinque anni di ricerca sul rapporto fra presenza e assenza.
Podcast: Play in new window | Download
Subscribe: Apple Podcasts | Spotify | Amazon Music | Android | Podcast Index | Youtube Music | RSS
I temi di questa puntata
L’Altrove come viaggio
La mostra nasce come un percorso da vivere più che come una semplice successione di immagini. Wolf prende come immagine-guida un labirinto unicursale: non un luogo nel quale perdersi, ma un tragitto che deve essere attraversato interamente, senza sapere in anticipo che cosa attende il visitatore.
Questa idea restituisce alla mostra una dimensione temporale. Le opere diventano stazioni di un’esperienza nella quale il presente si costruisce passo dopo passo e lo spazio della galleria assume un valore simbolico.
La fotografia come soglia
Per Wolf la soglia appartiene contemporaneamente alla dimensione fisica e a quella immateriale. Da un lato esiste il mondo sensibile, dall’altro il flusso di immagini, memorie e riconoscimenti interiori. La fotografia è il piano sul quale questi due movimenti possono incontrarsi.
«La fotografia è sempre un’assenza che indica un altrove.» – Silvio Wolf
La stessa logica ritorna nelle architetture di passaggio, negli Orizzonti e nelle Soglie a specchio: forme diverse che continuano a interrogare ciò che unisce e separa presenza e assenza, interno ed esterno, luce e buio.
L’osservatore come coautore
L’artista può progettare l’opera e predisporre una condizione di ascolto, ma non può determinarne completamente il significato. Quando il lavoro viene reso pubblico, la storia e la sensibilità di chi lo guarda diventano parte dell’esperienza.
«Il lavoro mi supera e si completa sempre in presenza dell’altro.» – Silvio Wolf
Questa dimensione diventa ancora più evidente nelle installazioni ambientali, dove il pubblico non occupa un punto di vista fisso ma si muove liberamente nello spazio e costruisce un proprio tempo di fruizione.
Aperture II e il suono
Aperture II porta il discorso sul rapporto fra progettazione e imprevedibilità. Wolf prepara modelli, simulazioni e rendering, ma la verifica dell’opera avviene soltanto nell’allestimento reale, quando spazio, tempo e presenza del pubblico producono relazioni che non possono essere completamente anticipate.
Il suono amplia ulteriormente questa esperienza: non accompagna semplicemente l’immagine, ma genera immagini mentali e modifica la percezione dello spazio. La collaborazione con Tiziano Crotti permette a Wolf di lavorare su questo livello acustico come parte dell’ambiente.
Un’ecologia dello sguardo
In un’epoca attraversata da un flusso quasi continuo di immagini, Wolf si chiede che cosa significhi davvero vedere. La velocità con cui le fotografie scorrono sugli schermi rischia di rendere lo sguardo incapace di trattenere e riconoscere.
«Forse serve una ecologia dello sguardo. Bisogna ripulire i propri occhi, visto che i nostri occhi sono cicatrizzati dalle immagini.» – Silvio Wolf
Vedere diventa allora una forma di riconoscimento: non soltanto ricevere informazioni, ma permettere che alcune immagini trovino un rapporto con ciò che esiste già nella memoria e nella coscienza.
Il mihrab e l’altrove
Con Piccolo Myhrab Monumentale il riferimento alla tradizione islamica diventa centrale. Il mihrab orienta lo sguardo verso La Mecca, un luogo che non è materialmente presente davanti a chi osserva. Per Wolf questa struttura simbolica rende visibile una dinamica affine alla fotografia: ciò che vediamo rinvia sempre a un luogo e a un tempo assenti.
L’immagine fotografica contiene così una doppia temporalità. È prodotta da qualcosa che è già accaduto, ma torna a esistere nel presente di ogni osservazione.
Carta, Cibachrome e Soglie a specchio
Il supporto modifica profondamente la natura dell’immagine. Sulla carta il bianco coincide con la superficie non stampata; su una superficie specchiante, invece, proprio le aree prive di inchiostro possono accogliere il riflesso dello spazio e dell’osservatore.
«Il bianco in fotografia, in buona sostanza, non esiste, è il colore del supporto.» – Silvio Wolf
Nelle Soglie a specchio interno ed esterno entrano così nello stesso piano: il passato della fotografia e il presente di chi guarda si sovrappongono in un’unica esperienza.
Dal Libro della Vita
La conversazione si conclude con Dal Libro della Vita, il libro d’artista che raccoglie 45 anni di ricerca. Wolf lo descrive come un oggetto intimo e fisico, diverso dalla mostra perché può essere riaperto, osservato in silenzio e attraversato secondo un tempo personale.
Le quindici immagini selezionate diventano altrettante stazioni di un viaggio, mentre il labirinto incastonato nella copertina funziona come una sedicesima presenza: una piccola soglia che introduce al percorso dell’intero libro.
In copertina: Silvio Wolf, Light House II, 2009/2026, archival pigment print on Hahnemühle Photo Rag Baryta Fine Art paper mounted on Dibond, 50 x 36 cm (56 x 42 cm with frame)
