In questa puntata di Discorsi Fotografici, Federico Emmi dialoga con Emiliano Cribari, autore di Autoritratto della nostalgia, un libro pubblicato da Seipersei Edizioni che riflette sul rapporto fra fotografia, memoria e tempo lento.
L’intervista attraversa la trasformazione della fotografia professionale, il passaggio dall’analogico al digitale, la perdita della lentezza nello sguardo e il valore della nostalgia come strumento per immaginare il futuro. Dal primo incontro con le fotografie del nonno fino al ritorno recente alle macchine analogiche, Cribari racconta la fotografia come esperienza umana prima ancora che come tecnica.
In questa puntata
Fotografia, memoria e tempo
Dal salotto dei nonni a Firenze nasce un rapporto con l’immagine fondato sulla lentezza: guardare una fotografia significa concederle tempo e riconoscere la sua capacità di trattenere ciò che scompare.
Il mestiere del fotografo
Cribari ripercorre gli anni del fotogiornalismo locale e della fotografia commerciale, i matrimoni, gli interni, i mestieri e il momento in cui ha sentito di non riconoscersi più in un modo di produrre immagini diventato troppo rapido e replicabile.
Nostalgia, fragilità e paesaggio
La nostalgia non è un rifugio nel passato, ma un modo per leggere i luoghi e immaginare il futuro. Aree interne, paesi che si spopolano, muri, case, dettagli fragili e fotografie domestiche diventano strumenti di memoria.
Lettura, poesia e ritorno all’analogico
Mario Dondero, Luigi Ghirri, Guido Guidi, Giovanni Chiaramonte, Henri Cartier-Bresson e altri riferimenti entrano in una conversazione sul modo in cui libri e fotografie formano lo sguardo. Nel finale Cribari racconta la nuova sperimentazione con Holga, Lomo e Sprocket Rocket.
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I temi di questa puntata
Un pezzetto di carta che trattiene il tempo
Il primo incontro di Emiliano Cribari con la fotografia avviene nel salotto dei nonni, a Firenze. Il nonno, fotografo e falegname, espone in casa i propri bianchi e neri dedicati alle botteghe e alle persone che lavorano con le mani. Prima ancora di conoscere la storia della fotografia, Cribari impara così un modo di guardare: avvicinarsi lentamente all’immagine e concederle tempo.
«È un pezzetto di carta dentro cui viene ritratto il tempo.» — Emiliano Cribari
Autoritratto della nostalgia nasce dalla stessa esigenza. Il libro procede per frammenti, appunti e memorie e usa la fotografia come punto di partenza per interrogare il rapporto fra ciò che è stato, ciò che rimane e ciò che rischia di sparire.
Vivere di fotografia e scegliere di allontanarsi
Cribari ha lavorato come fotografo per circa vent’anni. Racconta la cronaca locale, la fotografia commerciale, i matrimoni, gli interni e soprattutto il fascino dei mestieri e delle persone che costruiscono oggetti con le mani.
Il passaggio al digitale e la diffusione degli smartphone non vengono condannati in sé. Il problema nasce quando il gesto fotografico smette di essere atteso, scelto e anche negato. Nel racconto dei matrimoni e nell’episodio del Dalai Lama a Firenze emerge una distanza sempre più forte fra il modo in cui Cribari vuole fotografare e ciò che il sistema professionale gli chiede.
«La fotografia è un atto d’amore.» — Emiliano Cribari
La lezione di Mario Dondero diventa qui soprattutto una postura: non odiare il soggetto, restare disponibili all’incontro, accettare di deviare dal percorso previsto.
La nostalgia come movimento
La nostalgia, nel libro, non coincide con il desiderio di tornare indietro. Cribari la collega alla Calabria della propria famiglia, ai treni delle partenze, ai paesi e alle aree interne che oggi si spopolano. Il riferimento a Vito Teti aiuta a trasformare il sentimento della perdita in una domanda sul futuro.
«La nostalgia secondo me serve a fare quel giusto e sano passo indietro che poi ci potrà portare meglio in avanti.» — Emiliano Cribari
Guardare fotografie appese nelle case, ricordare che cosa esisteva prima di un parcheggio o di un centro commerciale, custodire le trasformazioni del paesaggio: la fotografia diventa un modo per impedire che ogni cambiamento cancelli completamente ciò che lo precedeva.
Cercare ciò che è fragile
Cribari racconta di aver iniziato fotografando la casa della nonna attraverso crepe, centrini, dettagli quasi invisibili e cose destinate a scomparire. Solo in seguito riconosce affinità con fotografi come Luigi Ghirri e Guido Guidi.
«Io di tutto non conosco il grande, io di tutto conosco il piccolo.» — Emiliano Cribari
Lo sguardo si sposta così dal panorama al margine, dall’evento alla traccia, dalla spettacolarità alla fragilità. Giovanni Chiaramonte, Mario Dondero e il rapporto con il paesaggio mediterraneo entrano nello stesso territorio di riferimenti.
Poesia, libertà e autenticità
Alla domanda su che cosa sia più difficile proteggere oggi, Cribari risponde con la libertà. Nel rapporto con l’intelligenza artificiale rivendica l’esperienza personale, l’imprecisione, la fragilità e la confessione come elementi che appartengono alla vita prima ancora che alla scrittura.
Scipio Slataper, Il mio Carso, i Canti Orfici e Il primo dio di Emanuel Carnevali sono citati come esempi di una letteratura capace di mescolare diario, autobiografia e forma poetica. È lo stesso territorio nel quale Cribari colloca il proprio libro.
Leggere per imparare a fotografare
Camminare, stupirsi e conoscere il lavoro degli altri sono per Cribari attività tanto importanti quanto premere il pulsante di scatto. Il libro fisico obbliga a un rapporto diverso con l’immagine: attesa, tatto, ritorno, concentrazione.
La velocità del flusso contemporaneo rischia invece di sottrarre profondità. La lentezza non è nostalgia tecnica dell’analogico, ma la possibilità di andare a fondo nelle cose.
«Se la fotografia non va a fondo, raramente serve.» — Emiliano Cribari
Un libro senza fotografie e il ritorno all’analogico
Autoritratto della nostalgia appartiene a una collana che non prevede immagini. Cribari considera questa assenza coerente con una scrittura frammentaria che prova a parlare di fotografia attraverso ritmo, evocazione e memoria invece che attraverso la riproduzione delle fotografie stesse.
Dopo il libro, il suo sguardo non cambia radicalmente, ma aumenta il desiderio di sperimentare. Nella parte finale racconta il ritorno a fotocamere analogiche volutamente imperfette, fra Holga, macchine Lomo e Sprocket Rocket: un modo per riaprire lo spazio dell’errore e della sorpresa.
