Elsa Morante e la forza delle immagini: l’Album Morante di Emanuele Dattilo

In questa puntata di Discorsi Fotografici, Federico Emmi incontra Emanuele Dattilo, curatore di Album Morante, il volume Einaudi che porta a compimento un progetto nato nel 1985, subito dopo la morte di Elsa Morante, e rimasto sospeso per quasi quarant’anni.

L’album non cerca di costruire una biografia definitiva della scrittrice. Attraverso fotografie, manoscritti, lettere, documenti e immagini domestiche prova invece a restituire una presenza: il modo di stare al mondo di Morante, le sue relazioni, gli spazi che ha abitato e quella tensione etica che attraversa la sua opera.

In questa puntata

Album Morante e il progetto di Patrizia Cavalli

Dattilo ricostruisce la storia di un libro immaginato dopo la morte di Elsa Morante e affidato a Patrizia Cavalli, che per decenni cercò una forma capace di sottrarre la scrittrice alla rigidità della cronologia.

Vedere Elsa Morante attraverso le immagini

La fotografia diventa uno strumento per passare dalla domanda «chi era?» alla domanda «com’era?». Volti, gesti, stanze, amici, gatti e oggetti quotidiani costruiscono un ritratto che evita la monumentalizzazione.

Fotografie, manoscritti e pensiero

Le immagini non illustrano semplicemente il testo. Anche i manoscritti, le correzioni e la grafia vengono osservati come forme visive capaci di mostrare il processo della scrittura e la forza del pensiero.

Un album fisico nell’epoca delle immagini continue

La forma materiale del libro, la lentezza della carta e la possibilità di attraversare liberamente le pagine diventano una risposta alla fruizione rapida e continua delle immagini digitali.



I temi di questa puntata

Sottrarre Elsa Morante alla cronologia

Il progetto di Album Morante nasce nel 1985, subito dopo la morte della scrittrice. Patrizia Cavalli raccoglie fotografie, informazioni e documenti, ma non riesce a chiudere il lavoro: non vuole che Elsa Morante venga ricondotta alla semplice successione infanzia, maturità, vecchiaia.

Emanuele Dattilo raccoglie questa eredità e accetta un compromesso: introdurre la cronologia senza permetterle di diventare la struttura dominante del libro. Il tempo dell’album torna su se stesso, apre deviazioni e mette in relazione momenti lontani.

Non “chi era”, ma “com’era”

La domanda che orienta il volume non è quella tipica della biografia. Dattilo prova a vedere Morante attraverso il suo stesso sguardo, cercando nei gesti, nei volti e nelle relazioni una forma del pensiero che non coincide con le sole idee dichiarate.

Il mondo salvato dai ragazzini diventa una chiave essenziale. La distinzione fra Felici Pochi e Infelici Molti viene letta come una bussola etica, un modo per orientarsi nella realtà e riconoscere la possibilità del bene e della felicità.

La fotografia come presenza e mancanza

Fotografie d’autore, immagini familiari, Polaroid imperfette e documenti vengono posti sullo stesso piano. La loro forza non dipende soltanto dalla qualità estetica: messe in relazione, permettono di avvicinarsi a una persona che non c’è più senza pretendere di esaurirla in una definizione.

«L’ambizione un po’ dell’album era quella non di spiegare, non di raccontare, ma di vedere, di vedere Elsa Morante.» — Emanuele Dattilo

Il desiderio originario di Patrizia Cavalli — sottrarre Elsa Morante alla morte — rimane impossibile, ma la fotografia può ancora rendere percepibile qualcosa della sua presenza.

Patrizia Cavalli, l’archivio e il lavoro editoriale

Gran parte della selezione iniziale delle fotografie deriva dal lavoro di Patrizia Cavalli. Dattilo racconta di aver ridotto quel corpus e di averlo integrato insieme a Diana Samà, responsabile dell’ufficio iconografico di Einaudi, confrontandosi con fotografie appartenute direttamente a Morante e con immagini di amici come Giorgio Agamben, Pier Paolo Pasolini, Sandro Penna, Umberto Saba e Juan Rodolfo Wilcock.

Il volume entra nella collana dei Saggi Einaudi e assume deliberatamente la forma ampia di un album. Per Dattilo, il punto non è soltanto dare più spazio alle fotografie, ma mostrare come il pensiero stesso possa diventare visibile nelle forme di vita, nelle relazioni e nei gesti.

«Il pensiero è qualche cosa che si vede, non è qualche cosa che sta chiuso nella calotta cranica.» — Emanuele Dattilo

Le stanze, i gatti e la vita domestica

La dimensione domestica non viene trattata come semplice curiosità privata. Stanze, oggetti e fotografie permettono di avvicinarsi al laboratorio dell’immaginazione di Morante, lo stesso spazio nel quale prendono forma i romanzi e il rapporto con amici, antenati e figure amate.

«Non credo che la dimensione domestica per uno scrittore sia intima, anzi sia quasi il luogo in cui ci si espone.» — Emanuele Dattilo

La Biblioteca Nazionale Centrale di Roma conserva oggi l’Archivio Morante e la ricostruzione permanente della sua stanza di via dell’Oca, con arredi originali, la macchina da scrivere, i dischi e i quadri di Bill Morrow.

La scrittura vista come immagine

Dattilo racconta di aver osservato i manoscritti più come immagini che come testi. La grafia, le correzioni, i cambi d’inchiostro e le pagine già stampate nuovamente annotate permettono di seguire la nascita di intuizioni e immagini letterarie direttamente sulla carta.

Questa irrequietezza grafica diventa parte dello stesso ritratto costruito dalle fotografie: una scrittura che continua a muoversi e non si accontenta della forma raggiunta.

Panteismo, Spinoza e una visione cosmica

Il dialogo tocca anche Il dio sensibile. Saggio sul panteismo, il precedente lavoro filosofico di Dattilo. Federico Emmi gli chiede se la tensione cosmica e quasi religiosa di Morante sia riconoscibile nelle fotografie.

Dattilo evita di forzare una risposta iconografica, ma riconosce nella scrittrice una forte tensione speculativa e ricorda che Spinoza occupa il primo posto nell’albero dei Felici Pochi.

Un oggetto lento e una memoria per il futuro

Pubblicare un album fisico nel 2025 significa proporre una temporalità diversa rispetto al flusso digitale. Il libro può essere sfogliato, abbandonato, ripreso e attraversato senza un percorso obbligato; la discontinuità fra fotografie, parole, poesie e documenti diventa parte dell’esperienza.

«Mi piace pensarlo come un gesto di resistenza culturale.» — Emanuele Dattilo

Nel finale la conversazione si allarga alla possibilità di trasformare Album Morante in una mostra e alla responsabilità di chi appartiene a una generazione che non ha conosciuto direttamente Morante, Pasolini o gli altri protagonisti del Novecento: custodire le tracce senza ridurle al pettegolezzo biografico e cercare ciò che delle loro opere rimane vivo.

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