Filippo Maggia – Japan. Corpi, memorie, visioni e la fotografia giapponese

Negli spazi del Magazzino delle Idee di Trieste è in corso Japan. Corpi, memorie, visioni, la mostra curata da Filippo Maggia e Guido Comis che riunisce oltre ottanta opere di sedici artisti e artiste. Con Filippo Maggia attraversiamo il progetto espositivo e allarghiamo lo sguardo alla fotografia giapponese contemporanea, fra memoria, corpo, trasformazioni sociali e nuove forme dell’immagine.

In questa puntata

La mostra e i tre nuclei

Il percorso di Japan. Corpi, memorie, visioni prende forma attorno a Memoria e Identità, Corpo e Corpi, Realtà e Visione, tre nuclei attraverso cui leggere autori e generazioni differenti.

Una scena fotografica che cambia

Filippo Maggia racconta una fotografia giapponese più aperta al confronto internazionale, meno vincolata ai maestri del secondo Novecento e sempre più connessa ai temi dell’arte contemporanea.

Corpo, memoria e immagine

Dalla distinzione fra fotografia e immagine si passa alla memoria storica, al corpo come relazione e spazio politico e al modo in cui le nuove generazioni affrontano identità e trasformazioni sociali.

Fotografia e responsabilità culturale

La conversazione arriva al rischio di autoreferenzialità e alla necessità, secondo Maggia, di una pratica capace di partecipare al dibattito culturale del proprio tempo.


Ascolata la puntata:


I temi di questa puntata

I tre nuclei di Japan. Corpi, memorie, visioni

La mostra nasce da un progetto proposto da Filippo Maggia a Guido Comis e si inserisce in un percorso espositivo dedicato alla fotografia di paesi lontani. I tre nuclei — memoria e identità, corpo e corpi, realtà e visione — emergono come campi già presenti nella ricerca giapponese e vengono attraversati attraverso lavori contemporanei, senza trasformarsi in compartimenti rigidi.

Una fotografia giapponese più aperta

Maggia descrive una scena che, rispetto a dieci o quindici anni prima, gli appare particolarmente vivace. A suo giudizio gli autori più giovani sono meno legati ai “padri nobili”, più connessi con altri paesi e più interessati a questioni che appartengono al dibattito internazionale dell’arte contemporanea.

Fotografia e immagine

Il passaggio dalla televisione al digitale e poi allo smartphone ha moltiplicato la produzione di immagini e reso più incerto il confine con la fotografia. Maggia richiama però la storia specifica del mezzo e il ritorno recente a pratiche analogiche, carte fotografiche e stampa di laboratorio.

«Direi che le immagini sono indubbiamente un linguaggio. La fotografia è qualche cos’altro, se vogliamo, sta un po’ più sopra.» — Filippo Maggia

Generazioni, tradizione e Occidente

Ripercorrendo alcuni passaggi della storia giapponese, Maggia lega i rinnovamenti del secondo dopoguerra e degli anni Novanta al confronto con l’Occidente. La generazione più recente, anche grazie alla lingua inglese e alla rete, può invece interagire direttamente con colleghi e autori di altri paesi.

Memoria e Global South

La memoria resta, nella lettura di Maggia, un nodo decisivo per il Giappone e per il rapporto con la propria storia. Nel confronto con l’Occidente, l’ospite parla di una fase di assopimento e individua maggiore fermento in molti contesti del Global South, dove trasformazioni sociali ed economiche alimentano nuove energie culturali.

Il corpo come relazione

Il corpo non viene ridotto al nudo o al ritratto. Nei lavori richiamati durante l’intervista diventa uno strumento per analizzare relazioni, identità, pressioni sociali e questioni di genere, attraverso fotografia, video e immagini in movimento.

«Il corpo diventa uno strumento ed è uno strumento proprio per capire come sia possibile analizzare e decodificare i sistemi di reazioni fra le persone.» — Filippo Maggia

Impermanenza e transitorietà

Maggia collega impermanenza e transitorietà a una sensibilità più ampia delle culture orientali e del Sud-est asiatico. Nella sua lettura, queste categorie possono aiutare anche la fotografia a uscire da una dimensione esclusivamente privata e a cercare sentimenti e questioni più condivise.

Uscire dall’autoreferenzialità

Per Maggia un lavoro capace di parlare al presente richiede una coscienza politica e sociale. Non significa trasformare ogni fotografia in un manifesto, ma riconoscere la possibilità delle immagini di partecipare al dibattito del proprio tempo.

«Mi interessa poco il mondo privato dell’artista, mi interessa molto di più vedere se attraverso l’utilizzo di quello che si è imparato e di quello che si è acquisito, c’è una volontà a partecipare a quello che è il dibattito e la vita culturale del paese in cui si vive.» — Filippo Maggia

Prendersi tempo per guardare

Nel finale il consiglio è semplice: dedicare alla mostra almeno un paio d’ore. Alcuni lavori richiedono attenzione, disponibilità e immaginazione; il percorso diventa così anche un invito a sottrarsi alla fruizione rapida delle immagini.

«Il consiglio che darei è di prendersi un paio d’ore di tempo, perché comunque diversi lavori richiedono una certa attenzione.» — Filippo Maggia

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