Che valore ha una fotografia quando non sappiamo più chi l’ha scattata? Federico Emmi incontra Fabio Castelli, fondatore di MIA Photo Fair e autore di Fotografia anonima, per parlare di immagini familiari, vernacolari, orfane e trovate. Dal libro pubblicato da Seipersei al progetto Vintage Photo Parma, il dialogo attraversa il giudizio sulle immagini, il mercato, il collezionismo e la fragilità della memoria digitale.
In questa puntata
Fabio Castelli e il libro Fotografia anonima
Dal lavoro sulla fotografia d’autore alla ricerca sul valore delle immagini senza firma.
Guardare e collezionare immagini senza autore
Competenza, selezione, formazione del prezzo e nuove relazioni tra fotografie a Vintage Photo Parma.
Dalla memoria familiare al futuro digitale
La perdita del contesto, le tracce sulle stampe e la cura necessaria per trasmettere le immagini.
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I temi di questa puntata
Da MIA Photo Fair alla fotografia anonima
Fabio Castelli ripercorre il lavoro svolto con MIA Photo Fair per affermare la fotografia come linguaggio dell’arte contemporanea. Racconta il passaggio dall’interesse iniziale del pubblico per la tecnica alla lettura della ricerca e del progetto dell’autore. L’incontro a Parigi con una fotografia anonima proposta a diverse migliaia di euro gli pone una domanda diversa: che cosa rimane del valore quando viene meno la firma? Da una riflessione personale e da un manifesto in otto punti nasce il libro Fotografia anonima, pubblicato da Seipersei.
Anonima, vernacolare, trovata e orfana
Le parole che descrivono queste fotografie si sovrappongono, ma indicano condizioni diverse. Castelli si sofferma sull’immagine “orfana” e propone una distinzione rispetto alla lettura che attribuisce, con cautela, a Michele Smargiassi. Un autore contemporaneo può proteggere un’immagine dalla dispersione e inserirla in un progetto. Quando interviene su di essa o la usa per costruire un lavoro, nasce una nuova opera: la fotografia anonima ne resta la matrice, senza diventare retroattivamente una fotografia d’autore.
La fotografia familiare e la perdita del contesto
Una fotografia di famiglia, quando nasce, appartiene a una rete di nomi, luoghi, occasioni e relazioni. Il tempo può recidere quei legami fino a lasciare un’immagine della quale non conosciamo più né l’autore né le persone rappresentate. Per Castelli questa perdita sottrae informazioni, ma rende anche possibile una lettura diversa: la fotografia può uscire dalla memoria privata e diventare disponibile allo sguardo di tutti, mostrando qualità prima rimaste sullo sfondo.
Competenza, metodo e valore dell’immagine
Il riferimento a John Szarkowski e a L’occhio del fotografo introduce un metodo fondato sull’osservazione e sulla conoscenza. Composizione, luce, inquadratura e rapporto tra i soggetti si affiancano alla capacità dell’immagine di attrarre e trattenere lo sguardo. Conoscere tecniche, supporti ed epoche e aver visto molte fotografie aiuta a distinguere una fotografia vecchia da una fotografia importante. Castelli separa il valore visivo dalle informazioni storiche e aggiunge il ruolo di chi seleziona: il collezionista o il curatore può rendere visibile un valore inosservato, senza diventare autore dell’immagine.
«È un atto di selezione, non di creazione.» — Fabio Castelli
Il mercato e il prezzo senza una firma
Curriculum, mostre, pubblicazioni, gallerie, provenienza e consenso critico costruiscono un sistema di riconoscimento che, secondo Castelli, può precedere il giudizio sulla singola fotografia. L’assenza del nome invita a invertire il percorso e a partire dall’immagine. Anche il prezzo può formarsi attraverso qualità, rarità, epoca, tecnica, conservazione e autorevolezza di chi propone il materiale. Il mercato può favorire studio e tutela; il rischio nasce quando è il prezzo raggiunto a suggerire l’importanza dell’immagine, ricreando un nuovo condizionamento.
Collezionismo e nuove relazioni a Vintage Photo Parma
Vintage Photo Parma porta la fotografia anonima dentro Mercanteinfiera, un contesto dedicato al collezionismo. Castelli distingue il mercato dalla pratica di scegliere, conservare e mettere in relazione gli oggetti. Una collezione può accostare immagini per soggetto, epoca, tecnica o associazioni personali e far dialogare materiali nati in luoghi e momenti lontani. Il collezionista costruisce una lettura e assume una responsabilità di conservazione, pur senza diventare l’autore delle fotografie. Il progetto di Vintage Photo Parma è presentato sul sito ufficiale di Mercanteinfiera.
La seconda vita delle immagini e il ritratto in copertina
La seconda vita di una fotografia non coincide necessariamente con il recupero della sua funzione originaria. Una nuova collezione, una mostra o un progetto artistico possono attribuirle altri significati. Castelli racconta il gioco della copertina del proprio libro: un ritratto anonimo diventa, per sua scelta, il “ritratto dell’autore”, accostato a un ritratto identificato di lui da giovane. Il caso rende visibile la differenza tra l’identità documentata del soggetto e il significato attribuito da un nuovo contesto. Il riuso artistico che modifica o assembla le immagini costituisce un ulteriore passaggio verso un’opera nuova.
Album di famiglia e fonti storiche
Fotografie di migrazioni italiane, immagini familiari, scene circensi e vita quotidiana conservano informazioni su ambienti, abiti, rituali e relazioni sociali. Castelli sottolinea però che anche un’immagine privata è una costruzione: qualcuno sceglie quando fotografare, chi includere, come presentarsi e che cosa conservare. L’album racconta anche il modo in cui una famiglia desidera essere vista e ricordata. La fotografia vernacolare diventa così una traccia da interrogare, capace di documentare insieme ciò che accade davanti all’obiettivo e le ragioni della rappresentazione.
«L’album di famiglia non racconta la famiglia così com’era. Racconta in qualche misura come quella famiglia desiderava rappresentarsi e ricordarsi.» — Fabio Castelli
L’immagine e l’oggetto oltre la scansione
Carta, formato, procedimento di stampa, retro, dediche, date, timbri, pieghe e macchie possono custodire parte della storia che non conosciamo più. Una fotografia conservata in un portafoglio, inviata in una lettera o incollata in un album porta con sé le tracce di questi usi. La scansione permette di conoscere e confrontare l’immagine, ma separa la visione dalla scala, dalla superficie e dal peso dell’oggetto. Per Castelli la digitalizzazione può conservare molto bene l’immagine senza restituire necessariamente tutta la fotografia.
Fotografia digitale e fragilità della memoria
Produciamo molte immagini, ma non è certo che ne resteranno altrettante. Castelli contrappone la stampa ritrovabile dopo decenni alla fotografia conservata in telefoni, computer, cloud e piattaforme, la cui sopravvivenza dipende anche dalla leggibilità tecnologica. L’abbondanza rende centrale la scelta di che cosa trasmettere: accumulare immagini non coincide con costruire memoria. La fotografia digitale richiede una cura attiva della conservazione, mentre una stampa può sopravvivere persino alla dimenticanza.
«Stiamo certamente producendo più immagini, ma memoria e accumulazione non sono la stessa cosa.» — Fabio Castelli
Il valore visivo quando le informazioni scompaiono
La domanda finale porta il ragionamento al limite: che cosa resta quando non conosciamo autore, data, luogo, persone e storia dell’immagine? Castelli indica la capacità della fotografia di sostenersi da sola, trattenere chi guarda e suscitare domande, emozioni e curiosità. Può essere imperfetta o inquietante e possedere comunque forza visiva. La perdita del valore documentario e storico non esclude che rimanga un valore visivo, talvolta reso più evidente proprio dall’assenza delle informazioni.
Immagine copertina: Roma, 1. Galleria Serge Plantureux
