Valentina Manchia è l’autrice di Dentro l’immagine. Il primo libro di semiotica visiva, pubblicato da Einaudi nella collana Piccola biblioteca Einaudi. Mappe. Partendo da una domanda apparentemente semplice — che cosa stiamo vedendo? — il libro mostra quanto sia complesso il modo in cui fotografie, dipinti, pubblicità, meme, visualizzazioni di dati e immagini scientifiche costruiscono senso.
In questa puntata di Discorsi Fotografici parliamo con lei di fotografia, semiotica visiva, realismo, cornici, post-fotografia, rapporto tra testo e immagine e della necessità di rallentare lo sguardo in un mondo attraversato da un flusso visivo continuo.
In questa puntata
Dall’immagine all’esperienza
Partiamo da The Lightning Field di Walter De Maria, un’opera che obbliga a pensare il visibile oltre la fotografia e oltre il quadro: non soltanto qualcosa da osservare, ma un’esperienza da attraversare nello spazio e nel tempo.
Come le immagini costruiscono il senso
Valentina Manchia spiega perché non basta chiedersi che cosa rappresenti un’immagine. Colori, forme, texture, ritmi, tensioni, cornici, punti di vista e relazioni interne orientano ciò che vediamo e il modo in cui lo comprendiamo.
Fotografia, testo e cultura visuale
Dalla didascalia nel fotogiornalismo ai meme, dalle immagini scientifiche alla pubblicità, discutiamo del ruolo delle parole nel guidare e modificare la lettura del visibile.
Imparare a guardare più lentamente
La conversazione si chiude con un invito semplice e radicale: fermarsi davanti alle immagini e tornare a chiedersi che cosa stiamo realmente vedendo.
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The Lightning Field e l’immagine oltre la cornice
Il punto di partenza è The Lightning Field di Walter De Maria. L’opera, composta da centinaia di pali d’acciaio disposti nel paesaggio del New Mexico, viene vissuta camminando e sostando nel luogo per un tempo prolungato. Per Manchia è un esempio utile perché mostra immediatamente che un’esperienza visiva non coincide necessariamente con un’immagine tradizionale racchiusa in una cornice.
L’oggetto visivo può essere un’installazione, uno spazio, un ambiente, qualcosa che cambia con il tempo e con la posizione dell’osservatore. La semiotica può allora interrogarsi non soltanto su ciò che vediamo, ma sulle condizioni che rendono possibile quella particolare esperienza di senso.
Fotografare per vedere meglio
Nel raccontare il proprio rapporto con la fotografia, Manchia ricorda il momento in cui ha sentito il bisogno di andare oltre lo scatto quotidiano e di imparare a fotografare con maggiore consapevolezza. L’acquisto di una piccola mirrorless, lo studio della tecnica e alcuni corsi di fotografia diventano un modo per osservare con più attenzione anche il processo con cui un’immagine viene costruita.
Il passaggio è importante perché lega teoria e pratica: conoscere esposizione, inquadratura o composizione non esaurisce la fotografia, ma può diventare una porta d’ingresso verso una domanda più ampia sul funzionamento del visibile.
Non soltanto «che cosa significa?», ma «come funziona?»
Di fronte a una fotografia o a un dipinto riconosciamo spesso immediatamente ciò che è rappresentato. Proprio questa immediatezza può però nascondere la complessità dell’immagine. La semiotica visiva invita a osservare non soltanto il soggetto, ma anche le relazioni che permettono a quell’immagine di produrre senso.
Il livello figurativo convive con quello plastico: colore, forma, texture, disposizione degli elementi e organizzazione dello spazio. A un livello ancora più profondo, ritmi, tensioni e forze possono agire sulla percezione e sulle emozioni anche prima di essere tradotti in un significato esplicito.
“«Tutto significa, tutto produce senso per noi.» — Valentina Manchia”
Realismo, mimesi e convenzioni
Quando definiamo un’immagine «realistica» tendiamo a considerare la somiglianza al mondo come una proprietà quasi naturale. Manchia ricorda invece che anche il realismo dipende da convenzioni, abitudini percettive e culture visive.
Per la fotografia questo significa mettere in discussione l’idea di una corrispondenza automatica tra ciò che è davanti all’obiettivo e l’immagine finale. L’immagine fotografica testimonia, certamente, ma nello stesso tempo seleziona, organizza e costruisce.
L’immagine come macchina
Uno dei riferimenti centrali dell’intervista è Omar Calabrese e La macchina della pittura. La metafora è particolarmente efficace: una macchina non si comprende soltanto usandola, ma osservando come le sue parti lavorano insieme.
“«Per capire la macchina non bisogna solo usarla, ma bisogna smontarla.» — Valentina Manchia”
Applicata alla fotografia, questa idea porta a una provocazione fertile: la «macchina fotografica» non è soltanto l’apparecchio che produce lo scatto. Anche la fotografia finita è una macchina, un dispositivo fatto di relazioni che guida lo sguardo e genera senso.
Social network, post-fotografia e osservatore
Oggi le immagini arrivano dentro un flusso continuo: le scorriamo, le produciamo e le condividiamo senza sosta. Lo scroll dei social modifica il tempo dell’attenzione e rende ancora più evidente la necessità di interrogarsi sulla posizione dello spettatore.
Manchia introduce qui il concetto di osservatore implicito. Ogni immagine costruisce, in qualche modo, una posizione da cui essere guardata. Il riferimento ai quadri specchianti di Michelangelo Pistoletto e alla fotografia di Ugo Mulas rende visibile ciò che normalmente rimane implicito: l’immagine non esiste senza un rapporto con chi la osserva.
Cornice, prospettiva e immersività
Anche le esperienze immersive, che sembrano eliminare la distanza fra spettatore e rappresentazione, continuano a confrontarsi con il problema della cornice. Quando una scena sembra «uscire» dall’immagine o avvolgere fisicamente chi guarda, il dispositivo funziona proprio perché rompe una separazione che la cultura visuale conosce molto bene.
La cornice non è quindi soltanto un bordo: è uno degli strumenti che definiscono il rapporto fra l’immagine e il nostro spazio.
Narrazione e potere delle immagini
Arte, pubblicità, fotografia, meme, immagini scientifiche e data visualization possono apparire territori lontanissimi. La semiotica permette però di riconoscere strutture comuni: azioni, trasformazioni, soggetti, obiettivi, tensioni narrative.
Questo aiuta anche a comprendere la dimensione politica delle immagini. Una rappresentazione non è mai soltanto decorativa: orienta l’attenzione, attribuisce ruoli, rende alcuni elementi centrali e altri marginali, costruisce una posizione per lo spettatore.
Francis Bacon e il livello della sensazione
Attraverso Francis Bacon e Gilles Deleuze, la conversazione entra nel territorio del figurale: ciò che nell’immagine agisce come forza, ritmo, tensione e sensazione. Gli studi di Bacon sul Ritratto di Innocenzo X di Velázquez permettono di vedere come un’immagine possa restare riconoscibile e nello stesso tempo essere trasformata radicalmente nella propria energia percettiva.
Il testo che cambia l’immagine
Una parte decisiva della puntata riguarda il rapporto fra parola e immagine. Le immagini scientifiche hanno bisogno di didascalie e informazioni che spieghino come sono state prodotte e che cosa mostrano; i meme cambiano senso attraverso il testo; la pubblicità usa lo slogan per indirizzare la lettura.
Il riferimento a Roland Barthes e Susan Sontag porta il discorso direttamente nella fotografia. Una didascalia può guidare l’interpretazione di una fotografia e, nel caso del fotogiornalismo, può modificare persino l’attribuzione di ciò che viene mostrato.
Luigi Ghirri e la fotografia come costruzione
Nel passaggio dedicato a Luigi Ghirri, Manchia torna all’idea dell’immagine come microcosmo. Gli elementi fotografati possono provenire dal mondo reale, ma ciò che vediamo nasce dalle relazioni che la fotografia costruisce fra quei frammenti.
“«Anche il piccolo rettangolo di una fotografia è un microcosmo che si regge grazie a una sua logica interna.» — Valentina Manchia”
La fotografia non è dunque semplicemente ciò che era davanti alla macchina fotografica: è il risultato di una serie di scelte, relazioni e montaggi che diventano visibili nell’immagine stessa.
Fermarsi e chiedersi che cosa stiamo vedendo
Alla fine dell’intervista la teoria si traduce in un gesto quotidiano. Invece di lasciarsi trascinare dal flusso delle immagini, Manchia propone di fermarsi soprattutto davanti a quelle che ci hanno già colpito e di ripartire da una domanda elementare.
“«Il mio consiglio è quello di fermarci, fermarci di più davanti alle immagini.» — Valentina Manchia”
Guardare di nuovo significa mettere in discussione l’impressione di aver già capito. È forse il modo più semplice per trasformare la semiotica visiva in una pratica di attenzione.
