Ci sono immagini che mostrano tutto subito e altre che chiedono tempo. Con Silvia Camporesi entriamo in una ricerca fotografica costruita sull’ambiguità, sulla memoria e sulla possibilità di lasciare aperta una domanda: dalla prima Polaroid ai progetti sui luoghi, fino alla scrittura e alle trasformazioni introdotte dall’intelligenza artificiale.
In questa puntata
Un percorso che si riconosce nel tempo
Dalla prima Polaroid dell’infanzia alla mostra C’è un tempo e un luogo al Centro della Fotografia di Roma, Silvia Camporesi rilegge oltre vent’anni di lavoro e riconosce una continuità nell’interesse per l’insolito, l’ambiguo e ciò che non si lascia comprendere immediatamente.
Fotografare significa costruire
La tecnica è solo il punto di partenza. Camporesi racconta il passaggio dalla camera oscura alla fotografia come strumento per elaborare idee, fino a una pratica in cui lo scatto arriva alla fine di una lunga fase di ricerca, progettazione e produzione.
Dal perturbante alla Terza Venezia
I luoghi reali, le scenografie, i modellini e le ricostruzioni entrano nello stesso immaginario. Mirabilia, Atlas Italiae e La Terza Venezia mostrano come la fotografia possa lavorare sul confine fra vero e falso senza ridursi a una semplice dichiarazione di realtà.
Immagini, intelligenza artificiale e lentezza dello sguardo
Nella parte finale affrontiamo la proliferazione delle immagini, i problemi etici delle immagini generate e il bisogno di una “lentezza del pensiero”, fino al libro Una foto è una foto è una foto e al rapporto fra fotografia e parola.
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I temi di questa puntata
La prima fotografia e un percorso senza disegno
Silvia Camporesi ricorda una Polaroid del pony bianco che aveva da bambina. Guardando oggi quella fotografia e la mostra al Centro della Fotografia di Roma, riconosce un filo che attraversa il suo lavoro: l’attrazione per ciò che appare familiare e insieme bizzarro, per l’immagine che non si lascia esaurire al primo sguardo.
«È come se avessi disegnato un percorso senza volerlo.» — Silvia Camporesi
Dalla tecnica al pensiero fotografico
Prima di costruire progetti, Camporesi ha imparato a usare la macchina fotografica e a stampare in camera oscura. Il passaggio decisivo arriva quando la fotografia comincia a funzionare come la filosofia: uno strumento per elaborare idee. Da qui nasce il bisogno di studiare, mettere in scena, progettare e non limitarsi a registrare ciò che è già davanti all’obiettivo.
Lo scatto come ultimo atto
In Atlas Italiae la complessità non consiste semplicemente nel fotografare paesi abbandonati, ma nel mapparli, trovarli, organizzare accessi e permessi. In altri lavori la difficoltà è trasformare un pensiero in una situazione visibile. Camporesi racconta anche una ricostruzione in acquario ispirata al Parco Sommerso di Baia: lo scatto finale è solo l’ultimo passaggio di un processo molto più lungo.
Il perturbante, la sottrazione e le domande
Scenografie di Cinecittà, paesaggi, frane, luoghi difficili da misurare: Camporesi lavora togliendo informazioni che permetterebbero di collocare subito l’immagine nel tempo e nello spazio. L’obiettivo è lasciare una zona irrisolta, in cui chi guarda debba fermarsi e interrogarsi.
«Secondo me la foto funziona quando ti pone delle domande.» — Silvia Camporesi
La Terza Venezia e la fotografia come costruzione
Quando nel 2011 le viene chiesto di lavorare su Venezia, Camporesi si confronta con una città già fotografata innumerevoli volte. La soluzione nasce dall’incontro fra la Venezia reale e quella in miniatura di Rimini: le due serie vengono intrecciate e manipolate fino a produrre La Terza Venezia, un luogo fotografico che non coincide più interamente con nessuno dei due originali.
«Per me la fotografia non è dichiarazione di realtà, ma è costruzione.» — Silvia Camporesi
Intelligenza artificiale, autenticità e responsabilità
Per Camporesi “intelligenza artificiale” è un termine ombrello. Nel campo delle immagini, la questione centrale riguarda la possibilità di generare rappresentazioni prive di un referente reale e di usarle in contesti in cui la distinzione fra invenzione e documento diventa decisiva. L’arte può incorporare questi strumenti, ma restano aperti problemi di etica, regolamentazione e riconoscibilità.
Una lentezza del pensiero
La quantità di immagini prodotte e consumate ogni giorno rischia di trasformare la fotografia in un flusso che non si ferma mai. Camporesi non propone un ritorno nostalgico all’analogico, ma una diversa velocità mentale: riportare l’immagine alla complessità e lasciare che possa ancora trattenere lo sguardo.
«Il mio obiettivo è sempre di rendere complessa la fotografia.» — Silvia Camporesi
Una foto è una foto è una foto: quando le immagini tornano parole
Nel libro pubblicato da Einaudi nel 2025 Camporesi sceglie di parlare di immagini senza riprodurle. La scrittura diventa un altro modo per costruire mondi e per interrogare la sovrabbondanza visuale contemporanea. Nella conclusione, fotografia e parola non vengono poste in opposizione: anche una didascalia narrativa può cambiare radicalmente la comprensione di un’immagine.

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