Roberto Solomita, The Disappearance of Harry Kipper: la fotografia davanti al falso

In questa intervista incontriamo Roberto Solomita, fotografo il cui percorso nasce molto presto, in camera oscura, davanti a un ingranditore aperto dal padre e alla scoperta della fotografia analogica, del bianco e nero, della chimica.

Accanto alla fotografia, nella sua vita c’è anche un’altra grande passione, la politica: due modi diversi di stare dentro il mondo, osservarlo e interrogarlo. Da questa relazione nasce una ricerca che non si limita alla forma dell’immagine, ma cerca un rapporto più profondo con il reale, con il discorso pubblico e con ciò che crediamo di vedere.

In questa puntata

Dalla camera oscura alla ricerca autoriale

Roberto Solomita racconta una relazione con la fotografia iniziata nell’infanzia e rimasta costante nel tempo: dalla camera oscura condivisa con il padre alla pratica professionale, fino al ritorno a una ricerca più autoriale e contemporanea.

Documento e invenzione

La conversazione attraversa uno dei nuclei centrali del suo lavoro: il rapporto fra fotografia documentaria e costruzione dell’immagine, due registri che Solomita non considera opposti ma legati dalla natura interpretativa della fotografia.

The Disappearance of Harry Kipper

Il cuore della puntata è il progetto dedicato a Harry Kipper, personaggio mai esistito al centro di una beffa mediatica degli anni Novanta legata a Luther Blissett. Solomita torna nei luoghi del Friuli e costruisce una pseudodocumentazione capace di interrogare verità, verosimiglianza, media e credibilità delle immagini.


Ascolta la puntata:


I temi di questa puntata

Una fotografia che comincia in camera oscura

Per Roberto Solomita la fotografia nasce molto presto, come esperienza familiare e materiale: un ingranditore, le stampe in bianco e nero, la chimica, la scoperta di un linguaggio che resterà una costante anche quando la vita professionale e politica prenderà altre direzioni. Dopo gli anni della pratica amatoriale e del mestiere, la formazione documentaria e contemporanea diventa l’occasione per rimettere in discussione ciò che aveva già imparato e per dare alla fotografia un ruolo più personale.

«La fotografia è l’unica cosa che è totalmente costante ed è radicata fin dalla preadolescenza.» — Roberto Solomita

Documento, messa in scena e interpretazione

Il passaggio alla ricerca autoriale porta Solomita a lavorare sul confine fra documento e invenzione. La fotografia reportagistica e quella allestita non sono, nel suo racconto, due territori incompatibili: entrambe producono interpretazioni. È su questa soglia che si collocano anche lavori precedenti come L’età della violenza, dove materiali d’archivio e immagini costruite si confrontano con il tema della pena di morte.

«Il massimo della finzione e il massimo del documento.» — Roberto Solomita

Harry Kipper, una storia falsa diventata notizia

The Disappearance of Harry Kipper nasce da una beffa mediatica costruita nell’orbita del Luther Blissett Project. Harry Kipper sarebbe stato un artista e cicloturista inglese impegnato a tracciare la parola “ART” attraversando il Friuli; della sua scomparsa si interessarono giornali e perfino la trasmissione Chi l’ha visto?. Il personaggio, però, non era mai esistito.

Solomita sceglie questa storia perché mostra con particolare chiarezza come una notizia possa acquistare consistenza semplicemente entrando nel circuito dei media e assumendo le forme che siamo abituati a riconoscere come credibili.

Fotografare una vicenda mai avvenuta

Il progetto non tenta di ricostruire un fatto reale. Solomita attraversa davvero il Friuli, segue le tappe attribuite a Kipper, fotografa luoghi, paesaggi e persone, ma contemporaneamente produce immagini costruite che evocano una scomparsa. Anche il tempo delle fotografie rimane sospeso: potrebbero appartenere agli anni Novanta oppure al presente.

La pseudodocumentazione funziona proprio perché mantiene insieme questi due livelli. Il territorio esiste, le persone esistono, le fotografie documentano qualcosa; ciò che non esiste è l’evento che sembrano poter testimoniare.

Credere alle immagini

Il lavoro diventa così una riflessione sui codici visivi della documentazione. Una fotografia può apparire autorevole non perché dimostri qualcosa, ma perché somiglia alle immagini che culturalmente abbiamo imparato a considerare prove. Per Solomita la questione riguarda i media, ma anche chi guarda: gli strumenti critici aiutano, ma non eliminano la possibilità di credere a una storia falsa, soprattutto quando coincide con una narrazione che desideriamo già accettare.

«Ciò che noi desideriamo credere […] diventa quasi automaticamente, in modo un po’ acritico, assunto come un elemento di realtà.» — Roberto Solomita

Il Friuli e le persone come presenza reale

Il Friuli non è soltanto lo sfondo della beffa. Gemona, Tolmezzo, Pordenone e le località minori attraversate da Solomita danno alla storia una geografia concreta. Anche i ritratti hanno un ruolo preciso: le persone fotografate non sono testimoni di Harry Kipper, ma abitanti incontrati realmente e capaci di restituire qualcosa dello spirito dei luoghi.

«Le persone non sono testimoni di nulla, prima di tutto perché la storia non è mai avvenuta.» — Roberto Solomita

Even Better Than the Real Thing

The Disappearance of Harry Kipper è pensato come il primo capitolo di un progetto più ampio, che Solomita indica con il titolo Even Better Than the Real Thing: più storie, più pseudodocumentazioni e una possibile forma finale tra mostra, catalogo e pubblicazione. Il lavoro resta aperto e la vicenda di Kipper continua a funzionare come un fantasma: falsa sul piano dei fatti, ma sorprendentemente compatibile con i luoghi che ha attraversato soltanto nell’immaginazione.

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