Niccolò Zorza. Cicatrici e la memoria del corpo

Il corpo conserva tracce di esperienze che una fotografia può mostrare solo in parte. In questa puntata Silvio Villa incontra Niccolò Zorza, autore di Cicatrici, un progetto che mette accanto il volto di una persona, il segno che porta e il racconto che sceglie di farne.

In questa puntata

Dal primo dialogo a ventuno ritratti

Zorza ripercorre la sua formazione e racconta come sette incontri iniziali, seguiti dal passaparola, abbiano dato forma al progetto.

Dallo studio alla pagina stampata

La conversazione entra nel lavoro sul set, nella scelta del bianco e nero e del dittico, e nelle prove per dare alle fotografie e ai testi la forma di un libro.



I temi di questa puntata

Dalle diapositive al ritratto

Il primo incontro di Zorza con la fotografia passa per le lunghe esposizioni del padre, le proiezioni di diapositive in casa e la camera oscura allestita nel bagno della scuola. Anni dopo, la pausa della pandemia gli offre il tempo per studiare. Ricorda i libri, le conversazioni su Clubhouse con Oliviero Toscani e altri fotografi, un corso a Monza e l’approfondimento del ritratto. Fotografare diventa un modo per entrare in relazione anche quando stabilire un contatto gli costa fatica. Nella sua ricerca entrano altre arti, fra cui la musica.

Una conversazione che diventa progetto

Zorza parte da sette persone, alcune già conosciute, e da un’idea discussa inizialmente con un’altra artista visiva. Il lavoro prosegue in autonomia e arriva per passaparola a ventuno persone. La varietà delle esperienze gli permette di accostare storie diverse senza assegnare un peso diverso al dolore di ciascuno. Il dialogo, spesso iniziato prima di parlare della fotografia, gli serve per conoscere la persona e darle il tempo di raccontarsi.

«Non credo che ci siano cicatrici di serie A e di serie B.» — Niccolò Zorza

Il volto e il segno in due immagini

Per ogni storia, un ritratto del volto è affiancato alla fotografia della cicatrice. Il bianco e nero sottrae riferimenti al luogo e al momento dello scatto e, secondo Zorza, può dare più evidenza a ciò che la persona mostra. Fra le due immagini rimane uno spazio che chi guarda può attraversare liberamente. L’autore ragiona anche su come questo rapporto cambi quando le immagini sono disposte sulla carta.

Decidere quando mostrarsi

Alcune persone raccontano o mostrano il proprio segno per la prima volta. Zorza descrive il tempo che lascia loro sul set prima di scattare e ricorda come quel gesto abbia aiutato qualcuno a superare il timore di esporsi. Le storie ascoltate gli hanno fatto riconsiderare il peso che dava alle proprie preoccupazioni.

«C’è sempre una questione di rispetto e di tatto.» — Niccolò Zorza

I testi appartengono alle persone ritratte

Le persone mandano un pensiero scritto con parole proprie. Zorza racconta che, per una bozza del libro, ha selezionato alcune frasi senza riscrivere le testimonianze. Nei racconti trova chi attribuisce un senso nuovo alla cicatrice, chi dice che non è cambiato nulla e chi descrive un cambiamento negativo.

«Quindi le parole sono le loro.» — Niccolò Zorza

La circolazione pubblica e il lavoro sul libro

La pubblicazione sul Corriere della Sera e la presenza nell’archivio di L’Œil de la Photographie portano il progetto fuori dalla dimensione in cui è nato. Zorza vede questi passaggi come parti di un percorso più lungo e si chiede quanto spazio gli ambienti della fotografia autoriale italiana diano a lavori e percorsi formativi diversi. Per il fotolibro ha una bozza fisica e sta cercando la sequenza che faccia funzionare insieme immagini e racconti. Vorrebbe poi portare Cicatrici in mostra.

«Credo che il libro sia il veicolo giusto.» — Niccolò Zorza

Le storie di Adele e Daniele

Nel finale Zorza ricorda come il bianco e nero gli abbia permesso di ritrarre Adele senza fare dell’albinismo il tratto dominante dell’immagine. Racconta anche il momento in cui Daniele, appena arrivato sul set, gli mette in mano la propria protesi. Nei due episodi il modo in cui ciascuno decide di stare davanti all’obiettivo orienta il lavoro del fotografo.

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