Guido Dacomo tra fotografia argentica e digitale

Nella quarta puntata di Discorsi Fotografici incontriamo Guido Dacomo, fotografo fin dall’adolescenza, per ripercorrere un’esperienza che attraversa fotografia argentica e digitale, camera oscura e computer, ritratto, viaggio, minimalismo e postproduzione.

Nel Photo Bar, insieme a Claudio Cascioli, partiamo dalla domanda di un ascoltatore sulle ottiche Sigma per discutere falsi miti dei forum, scelta della borsa fotografica, passaggio dal JPEG al RAW, istogramma, esposizione e compatte evolute.

In questa puntata

La camera oscura: intervista a Guido Dacomo

Guido Dacomo racconta una passione iniziata a sedici anni con una Contax a telemetro. La conversazione attraversa il rapporto fra fotografia argentica e digitale, la maggiore accessibilità degli strumenti, il valore della postproduzione, la memoria delle pellicole, il progetto sulle finestre, la fotografia di viaggio, il minimalismo e il ritratto posato.

Photo Bar: obiettivi, borse, RAW e compatte

Con Claudio Cascioli discutiamo il Sigma 17–70 mm f/2,8–4 OS HSM e le generalizzazioni sull’affidabilità delle ottiche di terze parti. Parliamo poi di come scegliere una borsa in funzione del proprio modo di lavorare, delle differenze fra JPEG e RAW, del ruolo dell’istogramma e delle indiscrezioni su una compatta Nikon luminosa in vista del CP+.


Ascolta la puntata:


I temi della puntata

La quarta puntata mette a confronto due forme di esperienza fotografica. Guido Dacomo ricostruisce un percorso iniziato negli anni Sessanta e racconta il digitale come prosecuzione, non come negazione, della fotografia argentica. Il Photo Bar porta lo stesso approccio sul terreno tecnico: non affidarsi alle contrapposizioni assolute, ma capire come e perché uno strumento venga usato.

Il filo comune è la diffidenza verso il feticismo tecnico. Marchio, supporto, formato di file e accessorio hanno importanza quando aiutano il fotografo a costruire l’immagine; diventano secondari quando sostituiscono la domanda sullo sguardo e sull’esperienza.

Guido Dacomo: una passione iniziata a sedici anni

Dacomo comincia a fotografare da adolescente con una Contax a telemetro ricevuta dal padre. Descrive una passione costruita lentamente, anche attraverso sacrifici economici, e una curiosità che gli consente di attraversare generi diversi senza sentirsi obbligato a sceglierne uno solo.

Il ritratto, la fotografia di viaggio e le immagini minimali non vengono presentati come compartimenti separati: sono modi diversi di reagire a ciò che incontra e di conservare un’emozione.

Fotografia argentica e digitale: il perché prima del come

Per Dacomo la postproduzione non nasce con Photoshop: ogni fotografia ha sempre attraversato una fase di interpretazione successiva allo scatto. La camera oscura e il computer appartengono a epoche e procedure diverse, ma svolgono una funzione analoga nel controllo dell’immagine.

Preferisce il termine “argentico” ad “analogico” e non considera il digitale automaticamente migliore. Ciò che conta è il risultato finale e la capacità della fotografia di comunicare.

«Il perché è vedere la fotografia e la trasmissione dell’emozione che uno sente nel vederla.» — Guido Dacomo

Più fotografi, più competizione

La maggiore accessibilità del digitale viene descritta come un pregio e un difetto. Più persone possono fotografare e ottenere risultati tecnicamente validi; proprio per questo, secondo Dacomo, chi è bravo deve diventare ancora più bravo.

La democratizzazione del mezzo non viene quindi letta soltanto come perdita di esclusività, ma anche come ampliamento del confronto.

Contax II, Tri-X e il primo ricordo digitale

La fotografia argentica alla quale Dacomo è più legato risale all’aprile del 1968: una fotografia in bianco e nero realizzata con la Contax II su Kodak Tri-X, stampata così tante volte da rendere il negativo ormai molto deteriorato.

Il ricordo digitale è invece domestico: una Olympus Camedia da tre megapixel, acquistata per curiosità, con la quale fotografa il tavolo di casa dopo un pasto. Quell’immagine gli basta per intuire il potenziale della nuova tecnologia.

Le finestre: quando l’archivio scopre un progetto

Digitalizzando le proprie diapositive, Dacomo si accorge di avere fotografato molte finestre durante i viaggi senza averlo programmato. La ricorrenza, riconosciuta soltanto rileggendo l’archivio, diventa poi un tema consapevole e infine una mostra.

La finestra è descritta come un tramite fra interno ed esterno, ma Dacomo evita di trasformare il progetto in un sistema teorico rigido: preferisce lasciare che il significato rimanga vicino all’esperienza.

Nikon, Kodachrome e postproduzione “quanto basta”

Dacomo utilizza Nikon senza trasformare il marchio in una scelta ideologica. Ricorda esperienze precedenti con Contax e considera i principali sistemi sostanzialmente comparabili; la scelta dipende soprattutto da continuità personale e familiarità.

La postproduzione viene definita “quanto basta”: nel paesaggio deve aiutare a restituire l’emozione provata e una resa cromatica vicina alle pellicole amate; nel ritratto posato viene concordata con il soggetto.

«Posso attenuare le rughe, non cancellarle.» — Guido Dacomo

Il Photo Bar: Sigma e i falsi miti dei forum

La discussione parte da una domanda dell’ascoltatore Elvio sul Sigma 17–70 mm f/2,8–4 OS HSM e sulla voce, diffusa nei forum, secondo cui soltanto un esemplare su tre sarebbe affidabile.

Claudio Cascioli riconosce che un’ottica di terze parti può avere una costruzione inferiore a quella di alcuni prodotti originali, ma contesta l’idea che Sigma, Tamron o Tokina possano essere liquidate come aziende inaffidabili. Il prezzo, l’uso previsto e l’esperienza diretta devono essere pesati insieme.

Silvio Villa porta la discussione sul terreno statistico e osserva che un’affermazione come “uno su tre” richiederebbe un campione molto più ampio di quello normalmente disponibile a un utente di forum.

La borsa fotografica è parte del sistema

Claudio Cascioli racconta la ricerca di una nuova borsa e insiste su un elemento spesso trascurato: una borsa sbagliata può rallentare il lavoro, creare stress e ridurre la concentrazione.

Profondità, accesso al corpo macchina con teleobiettivo montato, protezione dalla pioggia, scomparto per il computer, numero di tasche, materiali e distribuzione del peso devono essere scelti in rapporto al modo di fotografare.

«Una borsa sbagliata rischia di rovinarti l’intera giornata di fotografia.» — Claudio Cascioli

Dal JPEG al RAW

Federico Emmi, Silvio Villa e Claudio Cascioli raccontano percorsi diversi nell’adozione del RAW. Il formato offre più libertà nel bilanciamento del bianco e nello sviluppo, ma all’inizio può richiedere più spazio, più studio e un flusso di lavoro meno immediato.

Il vantaggio non coincide però con la possibilità di correggere qualsiasi errore.

«Vorrei però invitare gli ascoltatori a non considerare il RAW come una scialuppa di salvataggio.» — Claudio Cascioli

Istogramma, display ed esposizione

Il display della fotocamera mostra una rappresentazione elaborata e non il file RAW in modo neutro. Per questo il gruppo insiste sull’uso dell’istogramma, dell’esposimetro e soprattutto sulla conoscenza del comportamento della propria macchina.

Il RAW concede margine, ma non sostituisce una buona esposizione né la capacità di leggere la scena.

Compatte evolute e nuove fasce di mercato

In vista del CP+ viene discussa l’indiscrezione su una nuova compatta Nikon con zoom 24–100 mm e apertura f/1,8 al grandangolo. La domanda è quale pubblico possa interessare: professionisti in cerca di un corpo leggero, appassionati evoluti o utenti che vogliono prestazioni maggiori senza una reflex.

Le opinioni divergono. La compatta può essere un complemento utile quando una reflex è troppo ingombrante, ma per chi cerca la massima qualità vengono citate soluzioni più impegnative. La discussione restituisce bene il mercato del 2011, ancora alla ricerca di un equilibrio fra reflex, compatte premium e sistemi emergenti.