Nella terza puntata di Discorsi Fotografici incontriamo Michael Freeman e Denis Curti e ospitiamo Claudio Cascioli al Photo Bar, costruendo un percorso che va dal viaggio come forma di conoscenza alla trasformazione digitale degli archivi e del fotogiornalismo.
Freeman racconta come un viaggio in Brasile e Amazzonia abbia cambiato la sua carriera; nel Photo Bar discutiamo obiettivi, strategie Canon e la allora attesissima Fujifilm FinePix X100; con Denis Curti affrontiamo Contrasto, Forma, selezione delle immagini, Eurogeneration, microstock, mercato editoriale e collezionismo.
In questa puntata
Senza frontiere: intervista a Michael Freeman
Michael Freeman ripercorre il passaggio dalla pubblicità alla fotografia professionale, nato attraverso il viaggio. La conversazione tocca Amazzonia, sud-est asiatico, Cina, The Tea Horse Road, il rapporto fra conoscenza e macchina fotografica, l’influenza delle immagini già viste, l’accessibilità del digitale e il legame fra scrittura e fotografia.
Photo Bar: obiettivi, Canon e Fujifilm X100
Con Claudio Cascioli discutiamo ottiche originali e di terze parti, qualità costruttiva, compatibilità, costo e rivendibilità. Il confronto passa poi alla sovrapposizione delle gamme Canon e alla possibilità del medio formato, fino alla Fujifilm FinePix X100, che riporta al centro mirino, ghiere, ottica fissa e semplicità operativa.
La camera oscura: intervista a Denis Curti
Denis Curti racconta il proprio percorso fra Fondazione Italiana per la Fotografia, Contrasto e Fondazione Forma. Dalla trasformazione digitale agli archivi, da Eurogeneration al microstock, la conversazione arriva al futuro del fotogiornalismo, alla necessità di selezionare, al collezionismo e alla possibilità di immaginare ancora un’editoria fotografica di qualità.
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I temi della puntata
La terza puntata di Discorsi Fotografici mette in relazione tre piani della fotografia che spesso vengono trattati separatamente: l’esperienza dell’autore, la scelta degli strumenti e la costruzione culturale ed editoriale delle immagini. In tutti e tre i blocchi ritorna, in forme diverse, lo stesso problema: fotografare significa scegliere.
Michael Freeman sceglie il tempo necessario per entrare nei luoghi e difendere il proprio sguardo dalle immagini già viste; il Photo Bar discute quali limiti e possibilità debba offrire una macchina fotografica; Denis Curti porta la stessa logica negli archivi e nel mercato, dove conservare tutto non equivale necessariamente a costruire memoria.
Michael Freeman: il viaggio come modo di conoscere
Michael Freeman racconta che il suo ingresso nella fotografia professionale nasce dal viaggio. Dopo gli studi di Geografia a Oxford e un’esperienza in un’agenzia pubblicitaria londinese, ottiene un periodo sabbatico, compra due Hasselblad di seconda mano e parte per il Brasile, fino all’Amazzonia.
Al ritorno le fotografie vengono mostrate grazie all’ambasciata brasiliana e attirano l’attenzione degli editori di Time-Life, che le utilizzano per un libro sull’Amazzonia. L’esperienza gli offre l’incoraggiamento necessario per lasciare la pubblicità e dedicarsi alla fotografia.
«I luoghi, le persone e il viaggio sono inseparabili dalla fotocamera. Io li percepisco attraverso lo scatto.» — Michael Freeman
Il fotografo viaggiatore e il tempo dell’esperienza
Freeman preferisce l’espressione “fotografo viaggiatore” a “fotografo di viaggio”. Nei suoi lavori il viaggio non è un genere costruito per alimentare l’industria turistica, ma un modo per entrare in una storia. Per questo predilige periodi di almeno cinque settimane, abbastanza lunghi da permettergli di ambientarsi e non essere vincolato a un’agenda troppo serrata.
I ricordi attraversano Borneo, Angkor, mare di Sulu e villaggi del sud-est asiatico, fino alla Cina e all’antica via commerciale fra Yunnan e Tibet raccontata in The Tea Horse Road.
Guardare le fotografie degli altri senza perdere il proprio sguardo
Prima di partire Freeman riconosce l’utilità di conoscere un luogo, ma osservare fotografie particolarmente belle può diventare un problema: il fotografo rischia di sentirsi costretto a ripetere immagini già viste oppure a evitarle artificialmente.
«In un mondo ideale preferirei guardare un sacco di brutte foto del luogo, al semplice scopo di sapere cosa vi troverò senza esserne influenzato.» — Michael Freeman
Accessibilità, qualità e scrittura
La diffusione di reflex e attrezzature più accessibili viene accolta positivamente. Per Freeman un numero maggiore di persone interessate seriamente alla fotografia produrrà inevitabilmente più fotografie mediocri, ma anche più fotografie eccellenti: la proporzione fra livelli diversi di qualità non scompare con la democratizzazione degli strumenti.
La scrittura occupa una parte crescente del suo lavoro. Freeman ammette di chiedersi talvolta se non dovrebbe essere fuori a fotografare, ma libri e immagini appartengono ormai allo stesso percorso. Durante l’intervista sta rispondendo da una camera d’albergo a Pechino, in una giornata grigia nella quale la luce non lo invita a uscire.
L’occhio del fotografo e La mente del fotografo
La mente del fotografo nasce come prosecuzione di L’occhio del fotografo, che Freeman racconta avere superato le trecentomila copie ed essere stato tradotto in sedici lingue. Alla richiesta di lasciare un consiglio agli ascoltatori, dopo una risposta ironica, sintetizza il proprio metodo in tre campi.
«Spingetevi con coscienza a sperimentare in tre aree: scelta del soggetto, composizione e illuminazione.» — Michael Freeman
Il Photo Bar: obiettivi originali o di terze parti?
Con Claudio Cascioli la discussione parte da una domanda che accompagna da sempre chi costruisce un corredo: è meglio acquistare un obiettivo della stessa marca del corpo macchina oppure scegliere Sigma, Tamron, Tokina e altri produttori?
Il confronto non porta a una risposta unica. Robustezza, affidabilità elettronica e rivendibilità possono favorire le ottiche originali, ma il prezzo e alcune focali specialistiche rendono interessanti le alternative. Per chi lavora professionalmente conta anche il rischio di usura, danneggiamento o perdita dell’attrezzatura.
Il criterio proposto è valutare il ruolo di ogni obiettivo nel corredo: sulle focali fondamentali può avere senso ridurre i compromessi; sulle ottiche secondarie o specialistiche il rapporto tra costo e prestazioni può cambiare la scelta.
Canon, sovrapposizione delle gamme e medio formato
La conversazione passa alle Canon 60D, 7D, 5D Mark II e alla serie professionale 1D/1Ds. La vicinanza fra alcuni modelli porta a interrogarsi sul senso delle diverse fasce e sulle strategie future dell’azienda.
Il successo della 5D Mark II rende più difficile giustificare, nella discussione, il prezzo dei corpi professionali ad alta risoluzione. Da qui nasce l’ipotesi — presentata come rumor e previsione del 2010 — che Canon possa cercare un nuovo spazio verso il medio formato.
Fujifilm FinePix X100: la semplicità come progetto
La novità che suscita maggiore curiosità è la Fujifilm FinePix X100. Claudio Cascioli la associa alle telemetro degli anni Cinquanta e Sessanta e apprezza la presenza di un mirino ibrido, della ghiera dei tempi, della compensazione dell’esposizione e dell’anello dei diaframmi.
«Finalmente una compatta fatta per fotografare seriamente.» — Claudio Cascioli
Il 23 mm fisso, equivalente per angolo di campo a circa 35 mm sul formato pieno, limita la versatilità ma può anche ridurre le distrazioni. La X100 viene immaginata come possibile compagna di chi usa una reflex ma cerca una macchina più piccola, discreta e veloce.
Denis Curti: dalla fotografia alla critica, da Contrasto a Forma
Denis Curti racconta una carriera iniziata come fotografo e spostata rapidamente verso scrittura, critica, storia e organizzazione culturale. Dopo la Fondazione Italiana per la Fotografia di Torino entra in Contrasto, dove si occupa prima delle mostre e poi anche della gestione dell’agenzia milanese, fino al progetto di Forma Centro Internazionale di Fotografia.
Nel momento dell’intervista è direttore della sede milanese di Contrasto e vicepresidente della Fondazione Forma.
Digitale e punto di vista
Nel passaggio dall’analogico al digitale Curti non vede una frattura creativa. Gli strumenti cambiano, i costi diminuiscono e aumenta il numero delle immagini, ma la qualità resta legata alla posizione dell’autore.
«Non è importante lo strumento: è importante chi sta dietro lo strumento.» — Denis Curti
La trasformazione digitale viene letta anche come democratizzazione: produrre fotografie costa meno e un pubblico più ampio può utilizzare il mezzo. Curti cita persino le immagini impreviste emerse dagli scarti di Google Street View come esempio di quanto il mondo continui a offrire situazioni capaci di essere osservate e raccontate.
Digitalizzare un archivio significa scegliere
Il passaggio più significativo riguarda gli archivi. Contrasto conserva lavori costruiti lungo decenni e non considera utile trasferire indiscriminatamente nel digitale ogni fotografia disponibile. La digitalizzazione viene affrontata come un processo critico.
«È un po’ un’illusione quella di dire e di pensare che si possa digitalizzare tutto, archiviare tutto.» — Denis Curti
Scegliere che cosa digitalizzare significa decidere quale identità rendere visibile, quali immagini far riemergere e quali percorsi permettere al mercato e alla ricerca di trovare. L’archivio diventa così una costruzione editoriale, non soltanto un deposito.
Eurogeneration: produrre una storia prima del committente
Eurogeneration nasce come produzione autonoma di Contrasto: quattordici fotografi vengono inviati nei venticinque Paesi dell’Europa allargata per raccontare i giovani tra diciotto e ventiquattro anni. Non esiste inizialmente un committente.
Il progetto diventa libro e mostra e contribuisce a modificare l’identità dell’agenzia, storicamente associata soprattutto al grande reportage impegnato in bianco e nero. È un esempio di come un’agenzia possa produrre ricerca e non soltanto rispondere a richieste editoriali.
Microstock, editoria e valore autoriale
Curti osserva senza pregiudizi il mercato del microstock, ma riconosce che il materiale autoriale di Contrasto non si adatta facilmente a un modello fondato su grandi quantità di immagini e prezzi molto bassi.
Il problema più ampio è il mercato editoriale italiano, nel quale risulta difficile vendere storie non legate allo spettacolo, alla televisione o ai personaggi famosi. Curti continua però a cercare servizi nei quali le fotografie non siano semplicemente decorative rispetto alla parola.
«Mi piacerebbe che le fotografie stesse, da sole, riuscissero a raccontare delle storie.» — Denis Curti
Fotogiornalismo e nuovi linguaggi
Alla domanda se la fotografia sociale e d’inchiesta sia arrivata al capolinea, Curti risponde negativamente. Esistono ancora testate interessate a questo tipo di lavoro, anche se gli spazi sono difficili da conquistare e la qualità diventa decisiva.
Il web può inoltre favorire forme narrative diverse, nelle quali sequenza, montaggio, fotografia fissa e immagine in movimento convivono. Non significa trasformare necessariamente il fotografo in regista, ma imparare a costruire racconti adatti ai nuovi supporti.
Collezionismo e una possibile nuova editoria fotografica
Curti parla anche del mercato del collezionismo, del libro Collezionare fotografie scritto con Sara Dolfi Agostini, di Paris Photo e della crescita di una fascia più ampia di acquirenti, meno concentrata sui grandi investimenti e più interessata a opere con prezzi accessibili.
La conclusione torna all’editoria. Dopo modelli storici come Life e L’Europeo, Curti ritiene ancora possibile una rivista fotografica di qualità, di media tiratura, capace di usare insieme carta e rete distribuendo sui due supporti livelli diversi di approfondimento.
«Secondo me oggi ci sarebbe assolutamente spazio per un’editoria di qualità.» — Denis Curti
