È online la quinta puntata di Discorsi Fotografici. In apertura incontriamo Paolo Cantarella, fotografo veneziano, informatico di professione e viaggiatore per vocazione: dal fascino della Namibia alla preparazione di un racconto fotografico, il dialogo attraversa attrezzatura, RAW e postproduzione.
Nel Photo Bar, dopo il CP+, parliamo della Canon EOS 600D, delle attese per le nuove reflex, dei vetrini di messa a fuoco, della nitidezza e dell’HDR. Chiude la puntata Michael Yamashita, fotografo di National Geographic, con un’intervista sul lavoro editoriale della rivista, sui lunghi incarichi in Asia e sul progetto dedicato alle rotte di Marco Polo.
In questa puntata
La camera oscura: intervista a Paolo Cantarella
Paolo Cantarella racconta una formazione divisa fra cultura classica e informatica e una fotografia nata dalla passione per il viaggio. Parliamo di Namibia, persone e piccoli villaggi, del difficile rapporto con Venezia, delle influenze di Sebastião Salgado, Steve McCurry e Ansel Adams, di Flickr, cinema, attesa dello scatto e preparazione di un racconto fotografico.
Photo Bar
Dopo il CP+ discutiamo Canon EOS 600D, Nikon e mirrorless Sony; una segnalazione di un ascoltatore apre il tema di front focus, back focus e vetrini di messa a fuoco. Il confronto prosegue con nitidezza, demosaicizzazione, sviluppo RAW, HDR e tone mapping.
Senza frontiere: Michael Yamashita
Michael Yamashita racconta come si lavora a National Geographic: durata degli incarichi, risorse, nascita delle proposte, ricerca, logistica, rapporto con i photo editor, selezione delle immagini e costruzione di una storia. Il progetto sulle rotte di Marco Polo diventa il caso esemplare attraverso cui comprendere il metodo editoriale della rivista.
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I temi della puntata
La quinta puntata attraversa tre livelli della fotografia: l’esperienza personale del viaggio, il laboratorio tecnico del digitale e la costruzione editoriale di una storia. Paolo Cantarella parte dall’emozione di essere in un luogo; il Photo Bar interroga gli strumenti con cui quell’immagine viene costruita; Michael Yamashita mostra che, in un grande progetto editoriale, il singolo scatto acquista senso dentro una sequenza.
Il filo comune è il racconto. Fotografare significa vedere, aspettare, scegliere e poi organizzare le immagini in modo che qualcosa dell’esperienza possa essere trasmesso a chi non era presente.
Paolo Cantarella: viaggiatore per vocazione, fotografo per passione
Cantarella definisce se stesso attraverso quattro elementi: formazione classica, professione informatica, vocazione al viaggio e passione fotografica. Gli studi informatici lo aiutano ad affrontare con naturalezza concetti del digitale come RAW, istogramma, matrice di Bayer, spazi colore e intenti di rendering.
Il viaggio resta però il vero motore della fotografia. Le persone, più che architetture e paesaggi, attirano il suo sguardo: villaggi africani, Himalaya, deserto e case galleggianti sul Mekong diventano occasioni per osservare la capacità umana di adattarsi.
«Quello che mi affascina è vedere come l’uomo sappia adattarsi a tutto e ovunque.» — Paolo Cantarella
Namibia e il bisogno di tornare con delle immagini
Fra i viaggi, Cantarella sceglie la Namibia come esperienza particolarmente significativa: è la prima vera immersione nell’Africa della savana, degli animali, dei grandi spazi e del deserto. Ricorda un ritratto di una ragazza himba e una fotografia delle dune del Namib pubblicata sul sito di National Geographic.
La fotografia è ormai così legata all’esperienza del viaggio che Cantarella arriva a dire che tornare senza immagini gli sembrerebbe quasi non avere viaggiato.
«Mi sembra quasi che, se dovessi tornare a casa senza fotografie, sarebbe come non aver viaggiato.» — Paolo Cantarella
Venezia: quando conoscere troppo rende difficile fotografare
Paradossalmente, Cantarella fotografa poco la propria città. Conoscere Venezia in profondità gli rende più difficile accettare che una singola immagine possa restituirne la complessità; nei luoghi conosciuti superficialmente gli sembra invece più facile cogliere qualcosa che possa raccontarli.
È uno dei passaggi più interessanti dell’intervista: l’intimità con un luogo non produce automaticamente immagini più complete, perché aumenta anche la consapevolezza di ciò che resta fuori dall’inquadratura.
Salgado, McCurry, Adams e il cinema
Cantarella cita Sebastião Salgado come autore che sente particolarmente vicino per la capacità di raccontare la vita, mentre riconosce a Steve McCurry e Ansel Adams una perfezione visiva straordinaria. Studiare grandi fotografi non significa copiarli, ma capire come un soggetto già fotografato migliaia di volte possa essere visto diversamente.
Il confronto si estende anche agli amici che pubblicano su Flickr e al cinema, le cui inquadrature vengono considerate una possibile scuola dello sguardo.
«Penso che si possa imparare da tutto e da tutti, non soltanto dal mondo fotografico.» — Paolo Cantarella
Attesa, scatto e controllo dell’immagine
Cantarella considera quasi inseparabili l’attesa del momento, la pressione del pulsante e la verifica del risultato. Racconta l’esempio di una fotografia in Marocco nella quale aspetta che l’ombra di un gabbiano completi la composizione di una finestra blu.
Quando invece lavora a un racconto costruito, come quello dedicato a un artigiano veneziano che pratica la voga, visita prima il luogo senza macchina, studia luce e situazioni e immagina alcune fotografie prima di tornare a scattare.
RAW e postproduzione come parte dell’autorialità
Cantarella ha iniziato direttamente con il digitale e ne apprezza il valore didattico: poter sbagliare senza costo, rileggere i dati di scatto, usare l’istogramma e sperimentare ritagli rende più rapido l’apprendimento.
Con la Nikon D300 utilizza soprattutto il 16–85 mm, affiancato dal 55–200 mm, dal 35 mm f/1,8 e dal 50 mm f/1,4. Scatta in RAW e considera la postproduzione un momento essenziale del processo, nel quale il fotografo controlla direttamente contrasto, saturazione, bilanciamento del bianco e nitidezza.
«È bello poter dire: questa fotografia l’ho fatta davvero io.» — Paolo Cantarella
Photo Bar: CP+, Canon EOS 600D e mirrorless
Il Photo Bar si apre con un bilancio del CP+, giudicato poco ricco di grandi annunci. La Canon EOS 600D viene confrontata con 60D e 7D; si parla delle attese per 5D Mark III e 1Ds Mark IV, delle Nikon D7000, D300S e D700 e dell’arrivo di ottiche Sigma per sistemi mirrorless Sony.
Tutti questi riferimenti appartengono al mercato del febbraio 2011 e devono essere letti come testimonianza storica, non come indicazioni attuali.
Vetrini, front focus e back focus
Una segnalazione dell’ascoltatore Giulio su più esemplari del Sigma 50 mm f/1,4 introduce un lungo confronto sui problemi di front focus e back focus. Federico Emmi richiama i vetrini Canon dedicati alle ottiche più luminose e le soluzioni a immagine spezzata disponibili sul mercato.
La discussione intreccia esperienza degli utenti, limiti dei sistemi autofocus, microregolazioni del corpo macchina e rapporto tra precisione, luminosità e uso reale.
Nitidezza: per quale destinazione?
Silvio Villa introduce una domanda che relativizza l’idea di nitidezza assoluta: una fotografia deve essere nitida per una stampa 10 × 15, per una grande stampa o per lo schermo? Software come Nik Sharpener Pro differenziano il trattamento proprio in base all’output.
Federico Emmi distingue nitidezza d’ingresso e d’uscita e collega il problema alla demosaicizzazione e al software utilizzato per sviluppare il RAW.
HDR e tone mapping
L’HDR viene discusso come tecnica ormai molto diffusa, presente anche in dispositivi di consumo. Silvio Villa ne apprezza soprattutto l’uso capace di recuperare sfumature e gamma tonale senza forzare eccessivamente i colori; Federico Emmi sottolinea invece anche le possibilità creative.
La conclusione resta aperta: l’HDR non elimina la necessità di scegliere soggetto, composizione ed esposizione. L’algoritmo di tone mapping è uno strumento, non il contenuto della fotografia.
Michael Yamashita: lavorare per National Geographic
Michael Yamashita racconta di collaborare con National Geographic dal 1979 e di essere, al momento dell’intervista, impegnato nella ventinovesima storia. Ciò che distingue la rivista, secondo lui, è soprattutto la possibilità di dare ai fotografi tempo e risorse per completare davvero un lavoro.
In passato un incarico poteva durare mesi; nel 2011 Yamashita parla comunque di una media non inferiore ai due mesi per storia, una condizione ormai eccezionale nel mercato editoriale.
Marco Polo: una storia che nasce da una domanda
Il progetto sulle rotte di Marco Polo nasce dalla lettura del libro di Frances Wood Did Marco Polo Go to China?. Yamashita propone di utilizzare quel testo e Il Milione come guide per verificare sul campo quanto il racconto del viaggio fosse accurato.
Il lavoro si sviluppa attraverso Iraq, Iran, Afghanistan, Cina e numerosi passaggi logistici complessi. In Tagikistan il gruppo viene assistito dagli uomini di Ahmad Shah Massoud e raggiunge l’Afghanistan in elicottero.
Da un progetto inizialmente pensato in due sezioni nasce una terza parte dedicata alla via di ritorno verso Venezia, lungo la Via della Seta marittima.
La proposta è già una storia visiva
Yamashita spiega che fino a circa metà delle storie può nascere dalle idee dei fotografi. La proposta deve però essere visuale: non basta dichiarare un tema, bisogna permettere agli editor di immaginare le fotografie che potrebbero raccontarlo.
Dopo l’approvazione comincia la ricerca concreta su logistica, costi, tempi e numero di pagine. Il progetto editoriale precede quindi il viaggio e ne orienta la struttura.
Photo editor, selezione e racconto collettivo
Tra un viaggio e l’altro Yamashita torna a mostrare il materiale. Con il photo editor dispone le immagini su un grande tavolo e costruisce una prima selezione; successivamente la storia viene presentata a un gruppo più ampio di editor, grafici, redattori e responsabili visivi.
Yamashita ricorda in particolare il lavoro con Elizabeth Krist e Susan Welchman. La relazione con il photo editor è definita quasi simbiotica, perché la sequenza finale nasce dal confronto fra due sguardi.
«Noi siamo dei raccontastorie.» — Michael Yamashita
Tempo, attrezzatura e quantità di immagini
National Geographic dispone di un magazzino dal quale i fotografi possono ottenere attrezzature speciali, mentre ci si aspetta che possiedano una dotazione di base. Il digitale ha inoltre moltiplicato il numero delle immagini: Yamashita racconta di avere riempito più dischi rigidi durante un lavoro nella Cina occidentale.
La quantità non elimina però la selezione. Anche migliaia di fotogrammi devono essere ricondotti alle situazioni davvero significative.
Le fotografie buone si lavorano
Yamashita rifiuta implicitamente l’idea che ogni grande fotografia nasca soltanto da un istante fortunato. Davanti a una situazione fotografa a lungo, cambia posizione, osserva la luce e restringe progressivamente il campo verso ciò che vuole ottenere.
«Le fotografie buone sono il prodotto del lavorare su una situazione.» — Michael Yamashita
Venezia: costruire un’immagine che trattenga lo sguardo
Per il progetto su Marco Polo, Yamashita deve fotografare le colonne di Piazza San Marco, elementi che il viaggiatore veneziano avrebbe certamente conosciuto. Sapendo dell’arrivo di una grande nave da crociera, organizza il viaggio in modo da essere presente e la inserisce sullo sfondo tra le colonne.
L’immagine non nasce quindi per caso: ricerca storica, conoscenza della pubblicazione, logistica e attesa convergono in una fotografia pensata per funzionare dentro il racconto e sulla doppia pagina di National Geographic.
