Speciale Molichrom 2026 – Cinzia Canneri – I Corpi delle Donne come Campi di Battaglia

Oggi vi portiamo dentro un lavoro che non nasce semplicemente dallo sguardo, ma da una relazione profonda, costruita nel tempo, fatta di fiducia, ascolto e responsabilità. In questa puntata incontriamo Cinzia Canneri, fotografa che negli ultimi anni ha sviluppato un progetto intenso e complesso dedicato alle donne eritree e tigrine, attraversando storie di migrazione, guerra e violenza. Un lavoro che ha preso forma lentamente, trasformandosi nel tempo fino a trovare un suo centro preciso: il corpo delle donne come campo di battaglia.

Ma questa non è solo una conversazione sul fotogiornalismo o sulla rappresentazione del dolore. È anche, e forse soprattutto, un dialogo su cosa significhi davvero fotografare l’altro senza ridurlo a immagine, su come si costruisce una relazione autentica, su quando è giusto scattare e quando invece è necessario fermarsi. Parleremo quindi di etica, di consenso, di identità, di cosa vuol dire essere fotografa occidentale in contesti segnati da profonde disuguaglianze e di come un progetto possa mettere in discussione prima di tutto chi lo realizza. Perché, come emerge chiaramente da questa intervista, non esiste immagine che valga più della persona che ritrae. E forse è proprio da qui che bisogna partire.

In questa puntata

La relazione prima dell’immagine

Cinzia Canneri racconta come il progetto sia cambiato insieme al suo modo di lavorare: dalla ricerca individuale a una pratica sempre più condivisa con attiviste, giornaliste, donne e organizzazioni locali.

Il corpo come campo di battaglia

Dalla migrazione delle donne eritree alla guerra in Tigray, la violenza sessuale diventa il centro di una ricerca che interroga anche i cosiddetti tempi di pace.

Consenso, fiducia e responsabilità

Il consenso non coincide soltanto con il permesso di fotografare. Canneri parla del diritto della persona a prevalere sull’immagine, della fiducia e della possibilità di rinunciare a uno scatto.

Nomadismo e trasformazione

Nel contesto di Molichrom, il nomadismo diventa insieme movimento fisico e percorso interiore: lasciarsi spostare dalle storie, dalle relazioni e dall’incontro con contesti diversi.



I temi di questa puntata

Dal progetto individuale a Cross Looks

Canneri ricostruisce l’origine del lavoro sulle donne eritree e il successivo ampliamento alle donne tigrine con la guerra in Tigray. Tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024 entra in crisi rispetto al proprio modo di lavorare e alla posizione di fotografa occidentale, fino a cercare una maggiore integrazione strutturale con attiviste, giornaliste e organizzazioni locali. Da questo processo nasce Cross Looks, che per lei diventa un punto di svolta nella costruzione condivisa della ricerca.

Violenza sessuale e corpi come campi di battaglia

Il titolo del progetto si costruisce nel tempo. Il punto di partenza è il viaggio migratorio delle donne; con la guerra in Tigray il focus si concentra sulla violenza sessuale. Rileggendo anche le fasi precedenti, Canneri riconosce però che la violenza attraversava già le storie incontrate, anche nei cosiddetti tempi di pace.

Contro la spettacolarizzazione e la resilienza semplificata

Per Canneri la spettacolarizzazione non riguarda soltanto il dolore: può investire qualsiasi emozione quando questa viene trasformata in una formula spendibile. Per questo mette in discussione anche l’uso della parola “resilienza” quando diventa una scorciatoia verso il lieto fine e non lascia spazio alla complessità del trauma e delle emozioni.

Fiducia, consenso e diritto sull’immagine

La fotografa distingue fra un primo consenso a essere fotografati e un consenso più profondo, legato al “darsi”. La relazione implica anche rinunciare alla propria previsualizzazione e lasciare che siano la persona e la sua storia a modificare l’immagine che si pensava di realizzare.

«Non c’è un’immagine che prevale sull’importanza della persona che io ho ritratto.» — Cinzia Canneri

Psicologia, marginalità e scelta di non fotografare

La formazione da psicologa e da educatrice, unita al lavoro nei contesti sociali, ha costruito una parte essenziale del suo modo di ascoltare. Canneri racconta anche di avere scelto molte volte di non fotografare e di avere escluso dal progetto intere parti del lavoro per renderlo più preciso.

«Per me quello che togli rimane. Cioè rimane per rafforzare il lavoro.» — Cinzia Canneri

Fotografia nomade e donne nel fotogiornalismo

Il nomadismo non è per Canneri soltanto spostamento geografico. È la disponibilità a essere trasformati da ciò che si incontra e a uscire dalla propria zona di sicurezza. Allo stesso tempo rivendica il valore concreto del viaggio per le donne che praticano il fotogiornalismo, sottolineando le difficoltà che possono limitarne la mobilità professionale.

«L’essere nomade è un percorso interiore, è un lasciarsi trasformare, è un viaggio interiore.» — Cinzia Canneri

La responsabilità davanti a una fotografia difficile

Canneri racconta una delle immagini che ancora oggi le crea più difficoltà: una bambina di undici anni che mostra una cicatrice sull’addome. Prima di fotografarla discute a lungo con la madre e con l’organizzazione locale con cui collabora. La scelta di realizzare l’immagine non cancella il dubbio etico, che rimane parte del lavoro.

Dare una parola al dolore

Nella parte finale dell’intervista Canneri ricorda la risposta di una donna che aveva tenuto nascosta la violenza subita anche al marito. La necessità di raccontare non viene presentata come promessa di una soluzione personale, ma come possibilità di portare il dolore fuori dal silenzio e condividerlo.

«Perché questo dolore possa avere una parola.» — donna citata da Cinzia Canneri nell’intervista

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