Il cinema non è soltanto il film. È il buio della sala, la scala dello schermo, il suono che attraversa una parete, l’attesa prima dell’ingresso, lo spettatore seduto accanto e perfino il quartiere in cui quella sala si trova.
Federico Emmi incontra Stefano Scanu a partire da Buio in sala. Guida breve ai cinema di Roma, il libro pubblicato da Giulio Perrone Editore, e dal documentario omonimo del 2025 diretto da Davide Giorni e scritto insieme a Scanu. La conversazione nasce però ancora prima: dall’amicizia iniziata durante la riapertura post-pandemica e dalla scoperta di un’esperienza comune, quella di essere arrivati al cinema anzitutto attraverso l’udito.
Dal primo ricordo infantile dell’Harlem di Labaro si passa al Cinema Palma di Trevignano Romano, all’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, al Tiziano, al Filmstudio, all’Azzurro Scipioni, al Nuovo Sacher e alle sale scomparse del centro di Roma.
Ma Buio in sala diventa soprattutto il punto di partenza per una domanda più ampia: che cosa perdiamo quando il film sopravvive, ma la sala smette di essere il luogo naturale in cui guardarlo? Scanu ragiona sul calo del pubblico, sullo streaming, sulla visione frammentata attraverso smartphone e piattaforme, sulle politiche di sostegno alle sale e sulla differenza fra conservare un edificio e mantenere vivo un ruolo sociale.
Nel finale il discorso torna alla memoria personale: i cinema del centro, l’Etoile, In viaggio con papà visto insieme al padre e La voce della luna di Federico Fellini. Perché, anche quando si cerca di evitare la nostalgia, il cinema continua a essere una geografia delle esperienze.
In questa puntata
Ascoltare il cinema prima di guardarlo
Stefano Scanu parte da un ricordo infantile: il cinema Harlem di Labaro confinava con la sua scuola elementare e, durante i momenti di silenzio in classe, sirene, voci e rumori dei film attraversavano il muro. Prima ancora dell’immagine, il cinema arriva quindi come suono e come curiosità per ciò che accade dall’altra parte.
Cinema Palma e le sale come organismi del territorio
Il Cinema Palma di Trevignano Romano diventa l’esempio di una sala capace di attraversare generazioni, cambiare programmazione e costruire nuovi eventi senza perdere il rapporto con il luogo. La sua storia permette di ragionare sulle sale di provincia come punti di concentrazione della vita culturale di una comunità.
Dal libro al documentario
Il passaggio dalla pagina al film amplia il progetto attraverso testimonianze, fotografie e materiali dell’AAMOD. Il documentario non è una semplice trasposizione del libro: nasce anni dopo e registra anche le trasformazioni intervenute nel frattempo nel rapporto fra pubblico, sale e città.
Sostenere o salvare i cinema?
Scanu assume una posizione volutamente problematica sull’assistenzialismo culturale. La tutela, secondo lui, non può ridursi a intervenire quando una sala è ormai in crisi, ma dovrebbe interrogare prima programmazione, pubblico, quartiere e condizioni economiche che ne rendono possibile l’esistenza.
Film e cinema non sono la stessa cosa
Uno smartphone può riprodurre lo stesso file audiovisivo, ma non può riprodurre la scala dello schermo, il buio, il suono della sala, l’imprevisto e la presenza degli altri. È da questa distinzione che nasce il nucleo teorico più forte della puntata.
Streaming, ritualità e attenzione
Il cambiamento non riguarda soltanto dove vediamo un film. La visione interrotta e frammentata modifica il livello di attenzione e, secondo Scanu, finisce per influenzare anche il modo in cui i prodotti audiovisivi vengono concepiti e scritti.
La sala come forma di resistenza
Nuovo Sacher, Sala Troisi, Quattro Fontane e altre realtà mostrano una possibile trasformazione della sala: non semplice contenitore, ma luogo che attraverso la programmazione costruisce un discorso, ripropone classici e crea comunità intorno alla scelta di andare ancora al cinema.
Davide Giorni, Nanni Moretti e il film
Scanu racconta il lavoro con Davide Giorni, capace di dare una struttura unitaria a una materia inizialmente frammentaria, e la lunga conversazione con Nanni Moretti, uno degli incontri centrali del documentario.
Podcast: Play in new window | Download
Subscribe: Apple Podcasts | Spotify | Amazon Music | Android | Podcast Index | Youtube Music | RSS
I temi di questa puntata
Il cinema prima delle immagini
Il primo ricordo cinematografico di Stefano Scanu non nasce davanti a uno schermo. Da bambino ascolta dalla scuola elementare i suoni provenienti dal vicino cinema Harlem di Labaro: bassi, sirene, risate e grida diventano un richiamo verso un luogo ancora invisibile.
Il titolo Buio in sala acquista così un significato che va oltre la semplice oscurità necessaria alla proiezione: il cinema viene raccontato fin dall’inizio come esperienza sensoriale, fatta anche di attesa, ascolto e immaginazione.
Cinema Palma: una sala che cambia insieme al territorio
Fra le sale incontrate nel percorso, Scanu sceglie il Cinema Palma di Trevignano Romano come una delle storie più sorprendenti. La vicenda attraversa più generazioni della stessa famiglia e mostra come una sala possa cambiare forma senza rinunciare alla propria identità.
La provincia non viene considerata un margine secondario. Al contrario, proprio nei luoghi più piccoli la sala può concentrare desideri, bisogni culturali e relazioni che in una grande città tendono a disperdersi.
Il documentario, l’AAMOD e ciò che il libro non poteva mostrare
Il documentario nasce molti anni dopo il libro e può utilizzare materiali impossibili da incorporare nella forma scritta. Un ruolo decisivo è svolto dall’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, le cui immagini permettono di osservare cinema, strade e quartieri anche quando la macchina da presa stava documentando manifestazioni, visite politiche o altri avvenimenti.
La ricerca d’archivio diventa quindi una forma di indagine per deduzione: il cinema compare ai margini dell’immagine e proprio attraverso quei margini torna a raccontare la città.
Sale, quartieri e biodiversità culturale
Per Scanu una sala non può essere separata dal luogo che la circonda. Pubblico, programmazione e trasformazioni urbane agiscono continuamente sul cinema e rendono insufficiente qualsiasi politica che consideri tutte le sale come realtà equivalenti.
«I cinema sono dei luoghi osmotici, sono nei quartieri, nelle strade e respirano quello che c’è intorno.» — Stefano Scanu
Da qui nasce anche l’idea di una vera e propria biodiversità culturale delle sale: un cinema di quartiere, uno di provincia e una sala del centro storico possono rispondere a bisogni completamente diversi.
Che cosa significa davvero “salvare” un cinema
Una parte centrale della conversazione riguarda il rapporto fra istituzioni e sale in crisi. Scanu rifiuta l’automatismo secondo cui un luogo culturale debba essere sostenuto soltanto perché esiste o perché rischia di scomparire.
Il problema, nella sua lettura, è intervenire prima: capire perché il pubblico non arriva più, come cambia il quartiere, quali film vengono programmati e quali condizioni potrebbero rendere la sala nuovamente autonoma. Salvare un edificio non equivale necessariamente a salvare la funzione che quel luogo aveva avuto.
«Il cinema non è il film»
La distinzione più netta della puntata arriva parlando della visione su smartphone e piattaforme:
«Il cinema non è il film.» — Stefano Scanu
Il film può essere riprodotto su schermi differenti. Il cinema, invece, comprende anche il rapporto di scala fra spettatore e immagine, il buio, l’acustica, la presenza di sconosciuti, la decisione di uscire di casa, l’impossibilità di controllare completamente ciò che accadrà e perfino la possibilità di scoprire che il film scelto non piace.
La sala introduce quindi una quota di imprevisto che la visione domestica tende progressivamente a eliminare.
Streaming, attenzione e film pensati per altri schermi
Scanu interpreta il calo del pubblico soprattutto come trasformazione culturale e antropologica. La perdita dell’abitudine alla sala coincide con una diversa gestione dell’attenzione: si interrompe, si riprende, si cambia contenuto e il film entra nella stessa economia temporale degli altri materiali disponibili sulle piattaforme.
Il processo, secondo lui, agisce anche nella direzione opposta: non sono soltanto i film nati per il cinema a essere guardati su dispositivi differenti, ma sempre più prodotti vengono concepiti sapendo che la loro vita principale sarà domestica e frammentata.
Il desiderio di avere il cinema in casa
La diffusione di grandi televisori, home theater, sistemi surround e poltrone che imitano quelle delle sale produce un paradosso: molti elementi materiali del cinema vengono ricreati nello spazio privato proprio mentre diminuisce la frequentazione del luogo collettivo.
«Tutti vogliamo la stessa cosa, ma la vogliamo da soli.» — Stefano Scanu
Per Scanu è uno dei segni più interessanti della trasformazione: non scompare il desiderio dell’esperienza cinematografica, ma viene progressivamente separato dalla presenza degli altri.
Andare al cinema come militanza
Quando Federico Emmi chiede se le sale siano destinate a diventare luoghi per pochi, Scanu evita una previsione definitiva ma osserva che la scelta stessa di andarci sta assumendo un significato nuovo.
«È veramente, veramente, veramente un atto di resistenza consapevole.» — Stefano Scanu
La riprogrammazione di classici, le matinée, le scelte del Nuovo Sacher, della Sala Troisi o del Quattro Fontane vengono lette come esempi di una programmazione che non si limita a occupare uno schermo: seleziona film e, attraverso di essi, costruisce un messaggio.
L’architettura racconta come è cambiato il pubblico
Pensiline, grandi ingressi, uscite posteriori e sale enormi conservano nella propria architettura la memoria di un’epoca in cui il pubblico era numeroso e fare la fila apparteneva all’esperienza ordinaria del cinema.
Il documentario usa anche fotografie e materiali storici per mostrare questa trasformazione. Gli edifici cinematografici diventano così documenti urbani: perfino ciò che è difficile riconvertire racconta il tipo di funzione collettiva per cui quegli spazi erano stati progettati.
Davide Giorni e il filo rosso del documentario
Il libro nasce da una ricerca personale di Scanu, costruita anche attraverso catalogazioni ed elenchi. Il film richiede invece una struttura capace di mettere in relazione materiali, testimonianze e cambiamenti avvenuti durante una lavorazione durata diversi anni.
«Davide ha fatto il filo rosso per me.» — Stefano Scanu
Scanu attribuisce al regista Davide Giorni la capacità di aggregare questa materia e di accettare che il progetto cambiasse insieme alla realtà che stava cercando di raccontare.
Nanni Moretti e una conversazione che poteva diventare un film
Fra gli incontri del documentario, quello con Nanni Moretti assume uno spazio particolare. Scanu racconta una conversazione lunga e riflessiva con una figura che riunisce regista, produttore ed esercente e che ha fatto della sala un elemento centrale della propria attività cinematografica.
Il film, però, non cerca una risposta precostituita alla domanda sul futuro delle sale: le testimonianze sono montate proprio per lasciare emergere posizioni differenti, senza dover concludere che il cinema resisterà o che inevitabilmente scomparirà.
Le sale perdute e il ricordo del padre
Nel finale la dimensione teorica lascia spazio alla memoria. Metropolitan, Etoile, Capranichetta e Nuovo Olimpia appartengono alla scoperta adolescenziale del centro di Roma; altri ricordi rimangono invece volutamente senza una geografia precisa.
Scanu torna a due film visti con il padre: In viaggio con papà, con Alberto Sordi e Carlo Verdone, e La voce della luna di Federico Fellini. Il cinema torna così al punto da cui era iniziata la conversazione: non soltanto un’opera o un edificio, ma un luogo in cui immagini, persone e biografia finiscono per diventare inseparabili.
