Nella dodicesima puntata di Storie di Enzo Dal Verme torniamo sul terreno del fotogiornalismo attraverso un progetto che, quasi senza essere stato programmato, si è trasformato da possibile articolo in un libro. One Suit at a Time / Un abito alla volta racconta Suited & Booted, organizzazione londinese che aiuta uomini vulnerabili a rientrare nel mondo del lavoro offrendo gratuitamente abiti adatti ai colloqui, consigli pratici e soprattutto un’accoglienza capace di restituire fiducia.
Federico Emmi ripercorre con Enzo Dal Verme la storia del reportage: il post visto su LinkedIn nel 2021, i primi viaggi a Londra, il confronto con photo editor internazionali, la scelta di non fotografare le persone più fragili, le difficoltà tecniche, il passaggio dall’editoria periodica al libro e la complessa rete di collaborazioni che ha portato alla pubblicazione e alla presentazione milanese del giugno 2026.
Per informazioni sul libro, le edizioni disponibili e le prossime presentazioni:
In questa puntata
Dal post su LinkedIn a Suited & Booted
Enzo racconta come una segnalazione apparsa su LinkedIn durante la pandemia lo abbia portato a conoscere Suited & Booted. Da un primo scambio con Maria Lenn nasce l’idea di documentare un luogo che assomiglia a una boutique di lusso, ma nel quale gli abiti non si vendono: vengono donati a uomini che devono affrontare un colloquio di lavoro e stanno attraversando un momento di difficoltà.
Fotografare le soluzioni e costruire un reportage
La conversazione entra poi nel modo in cui Dal Verme interpreta il fotogiornalismo: non soltanto denuncia dei problemi, ma attenzione alle soluzioni che possono ispirare altri. Il progetto, inizialmente pensato per una grande testata internazionale, cambia dopo il confronto con Andrew Scrivani e Alice Gabriner, che lo spingono a rendere più leggibile il proprio sguardo.
Etica, tecnica e nascita del libro
Dal Verme racconta perché ha scelto di non fotografare le persone che gli sembravano troppo vulnerabili, anche quando avrebbero probabilmente accettato, e descrive le difficoltà di lavorare fra luce naturale, neon e incandescenti. Quando le pubblicazioni contattate offrono spazi troppo ridotti o tagli editoriali incompatibili con il progetto, prende forma l’idea del libro, realizzato con l’art direction di Pierpaolo Pitacco e pubblicato da Rodolfo Namias Editore.
https://www.enzodalverme.com/books
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I temi della puntata
One Suit at a Time permette di parlare di un libro fotografico, ma soprattutto del percorso che porta un reportage a trovare la propria forma. La vicenda raccontata da Enzo Dal Verme attraversa infatti quasi tutte le fasi del lavoro documentario: l’intuizione, l’accesso, il rapporto con i soggetti, l’editing, il confronto con le redazioni, la produzione, il finanziamento e infine la domanda più difficile, quella sulla sostenibilità economica di un progetto che richiede anni e che nasce senza una vera committenza.
Fotografare le soluzioni
Dal Verme descrive il proprio fotogiornalismo come un lavoro orientato soprattutto alle soluzioni. Non contrappone questa scelta alla fotografia di denuncia, che considera necessaria, ma cerca storie in cui l’immagine possa mostrare anche una risposta concreta a un problema. Suited & Booted lo interessa precisamente per questo: l’organizzazione interviene in un passaggio molto delicato, quello in cui la perdita del lavoro rischia di trasformarsi anche in perdita di fiducia e capacità di presentarsi nuovamente agli altri.
Il punto di vista del fotografo
Uno dei passaggi più interessanti riguarda il confronto con il mercato editoriale statunitense. Andrew Scrivani e successivamente Alice Gabriner osservano che il servizio, così come era stato costruito, lasciava troppo spazio a possibili interpretazioni editoriali e mostrava ancora poco chiaramente il punto di vista dell’autore. Dal Verme torna quindi sui propri scatti, rivede la selezione e decide infine di rientrare a Londra per completare il lavoro.
È un episodio che sposta l’attenzione dal singolo scatto alla costruzione del racconto: non basta avere fotografie valide, se la loro sequenza non rende riconoscibile la direzione con cui il fotografo ha interpretato la realtà.
Chi non fotografare
Nel negozio di Suited & Booted arrivano persone con storie molto diverse e gradi differenti di vulnerabilità. Dal Verme racconta di avere sempre chiesto il permesso prima di fotografare, ma aggiunge una scelta ulteriore: in alcuni casi non ha neppure formulato la domanda, perché temeva che una persona particolarmente fragile potesse accettare in quel momento e pentirsene successivamente.
«Ho deciso di non fotografare le persone più vulnerabili.» — Enzo Dal Verme
La questione non riguarda quindi soltanto il consenso formale, ma la responsabilità di chi fotografa nel comprendere la situazione in cui quel consenso viene espresso.
Non cercare la “bella fotografia”
Dal Verme insiste su un altro aspetto: durante il reportage non cerca principalmente immagini belle, ma interazioni, esitazioni, cambiamenti di espressione e quei piccoli passaggi in cui una persona comincia a riacquistare fiducia. Uno degli esempi riguarda il momento in cui qualcuno indossa un abito, si guarda allo specchio e sembra quasi sorprendersi della propria immagine.
«Non ho cercato di fare delle belle foto. Ho cercato di documentare questi momenti.» — Enzo Dal Verme
Le difficoltà tecniche
Il lavoro all’interno dello spazio di Suited & Booted presenta anche problemi molto concreti: luce delle finestre, neon e sorgenti incandescenti producono dominanti differenti anche all’interno dello stesso capo di abbigliamento. Dal Verme racconta di aver chiesto aiuto a un consulente di gestione colore per arrivare a una resa coerente delle immagini.
Quando l’articolo non basta più
Il progetto viene proposto al New York Times, al Washington Post, a The Atlantic, al Guardian e ad altre pubblicazioni. Alcune non rispondono; altre sarebbero interessate, ma con uno spazio che Dal Verme considera insufficiente; altre ancora propongono un taglio che gli sembra incompatibile con la fiducia concessa dalle persone fotografate.
L’idea del libro nasce quindi non come punto di partenza, ma quasi come soluzione editoriale al problema opposto: esiste troppo materiale e la storia richiede troppo spazio per essere compressa in poche pagine.
Pierpaolo Pitacco e il lavoro a quattro mani
Dal Verme coinvolge Pierpaolo Pitacco, che interviene non soltanto sul progetto grafico ma anche sulla selezione delle fotografie. Nel racconto emerge il valore di uno sguardo esterno capace di rimettere in discussione le scelte dell’autore e di recuperare immagini inizialmente scartate. Il volume viene poi pubblicato da Rodolfo Namias Editore.
Sponsor, imprevisti e produzione
Love Therapy entra nel progetto quasi casualmente e contribuisce alla stampa; altre collaborazioni rendono possibile la presentazione al FLA Flavio Lucchini Art Museum di Superstudio Più e il lavoro di comunicazione. Alla rete di aiuti si sommano però imprevisti molto concreti, fino alla necessità di cambiare tipografo quando la produzione sembra ormai vicina alla conclusione.
La presentazione a Milano
La presentazione del giugno 2026 riunisce circa un centinaio di persone e porta a Milano anche Maria Lenn e alcuni volontari di Suited & Booted. Dal Verme racconta di essere arrivato esausto, ma ricorda soprattutto ciò che accade dopo l’incontro pubblico: conversazioni, presentazioni reciproche e nuovi legami da cui nascono altri inviti e possibilità di raccontare il progetto.
Il caleidoscopio
Fra le cose che il lavoro gli lascia, Dal Verme indica una consapevolezza: la determinazione personale conta, ma non spiega da sola il risultato. Un progetto si realizza quando persone, competenze, disponibilità e necessità si incontrano nel momento giusto.
«Le cose si fanno insieme, le cose si fanno quando ci sono affinità, quando si possono condividere entusiasmi.» — Enzo Dal Verme
Il problema della sostenibilità
La chiusura torna alla domanda formulata all’inizio: questo reportage è stato l’ultimo di una stagione o il primo di una nuova serie? Dal Verme risponde con una contraddizione che riguarda molta fotografia documentaria contemporanea. Ha lavorato al progetto per quasi tre anni, ha investito denaro e tempo e ha scelto di devolvere i ricavi del volume a Suited & Booted.
«Questa cosa qua non è sostenibile per un fotografo.» — Enzo Dal Verme
Resta però la convinzione che proprio questo tipo di lavoro rappresenti uno dei contributi che può offrire con fotografia e giornalismo: far conoscere iniziative, documentarle e mettere in circolazione idee capaci di produrre altre possibilità.
Libro, presentazioni e sostegno al progetto
Il volume è disponibile in edizione italiana e inglese; sul sito di Enzo Dal Verme sono raccolte anche le informazioni per l’acquisto e le prossime presentazioni:
https://www.enzodalverme.com/books
I proventi delle vendite vengono devoluti a Suited & Booted.
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