In un momento storico in cui siamo continuamente circondati da immagini, la fotografia sembra essere diventata parte del nostro linguaggio quotidiano.
Ma cosa ci spinge davvero a fotografare? Perché sentiamo il bisogno di raccontare attraverso un’immagine, e che significato ha oggi questo gesto?
Ne parliamo con il nostro Enzo Dal Verme. Come ormai abbiamo imparato, Enzo è un fotografo e narratore di grande sensibilità, ha attraversato mondi molto diversi — dalla moda al reportage, dalle campagne umanitarie alla didattica — portando sempre con sé uno sguardo autentico, curioso e consapevole.
Con lui cercheremo di capire cosa significa dare un senso al proprio fotografare: come si intrecciano creatività e responsabilità, e in che modo le immagini possono ancora raccontare, ispirare e forse anche cambiare qualcosa.
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Questo podcast è sicuramente interessante per più di un motivo; nell’ascolto di questi 25 minuti, tuttavia, sembra che si dia sempre per scontato che tutti facciano Fotografia, o debbano fare Fotografia, per qualcun altro…per dire qualcosa a qualcun altro, per raccontare, o comunicare qualcosa a qualcun altro…e per condividere la propria fotografia con qualcun altro.
Ma non è così!
Non è affatto così.
Certamente non è così sempre e logicamente non è così per tutti.
L’ ho trovata una “generalizzazione” che poteva essere assolutamente evitata.
Infatti, trovo sempre sbagliato cercare di far diventare “universale” qualcosa che, al contrario, è assolutamente e squisitamente “personale”.
Perfino in due delle quattro domande finali:
1) Che cosa fai?
2) Per chi fotografi?
3) Di che cosa hanno bisogno le persone per cui fotografi?
4) Cosa succede, dopo che abbiamo fotografato, per queste persone?
…nello specifico, nella terza e nella quarta domanda, si dà certamente per scontato che si debba fare fotografia per dire, raccontare, comunicare qualcosa a qualcun altro, fare vedere e condividere la nostra fotografia con qualcun altro.
È chiaro che milioni e milioni di persone fanno fotografia per quei motivi…
…ma non è assolutamente stata preso in considerazione che altri milioni e milioni di persone hanno sempre fatto fotografia, fanno fotografia, e faranno fotografia nel futuro… semplicemente ed esclusivamente per sé stessi, con motivazioni e per scopi diversi… e di dire, comunicare, raccontare qualcosa a qualcun altro non gli importa niente…ma proprio proprio niente.
Potreste spiegare perché non è stata minimamente analizzata o presa in considerazione questa enorme possibilità, ricca di motivazioni e sfaccettature?
Gentilissimo Walter,
ti ringrazio per il messaggio e per l’attenzione che riservi al nostro lavoro. Capisco il desiderio di ricevere una risposta e colgo l’occasione per chiarire, con serenità, un punto preliminare: il fatto che un commento non riceva una replica immediata non implica disinteresse o rimozione della questione. I tempi di risposta non sono sempre immediati e non seguono una logica “a comando”, anche perché spesso preferiamo rispondere con attenzione, soprattutto quando il commento — come il tuo — è articolato e merita una riflessione non superficiale.
Entrando ora nel merito, il tuo intervento è interessante e nasce evidentemente da un ascolto attento e da un rapporto personale con la fotografia, cosa tutt’altro che scontata. Ed è proprio per questo che vale la pena chiarire un punto centrale: nel podcast non c’è, né c’era, alcuna pretesa di universalità. Non l’idea che tutti debbano fare fotografia per qualcun altro, né che la fotografia debba necessariamente essere comunicazione, racconto o condivisione.
Ogni discorso culturale — e quello sulla fotografia non fa eccezione — sceglie inevitabilmente un punto di osservazione. Questo non significa trasformare quel punto di vista in un modello valido per tutti, ma semplicemente delimitare un campo di indagine. Il fatto che una possibilità non venga affrontata in un episodio non equivale a negarla o a considerarla meno legittima.
Hai ragione nel dire che esistono, da sempre, moltissime persone che fotografano esclusivamente per sé stesse, con motivazioni intime, private, non comunicative e spesso del tutto indifferenti all’idea di mostrare le proprie immagini ad altri. È una pratica reale, ricca, complessa e assolutamente fondata, sia dal punto di vista storico sia da quello umano. Su questo non c’è alcuna divergenza.
Il punto, però, è che l’episodio non intendeva rispondere alla domanda “perché si fotografa in assoluto”, ma interrogarsi su cosa accade quando la fotografia entra in una relazione, anche minima, anche potenziale. Le domande finali che citi non sono pensate come prescrizioni (“si deve fotografare per qualcuno”), ma come strumenti di riflessione. A quelle domande si può rispondere anche dicendo: fotografo per me stesso, la persona sono io, e dopo non succede nulla. Anche questa è una risposta pienamente valida.
Vale forse la pena aggiungere un’ulteriore sfumatura. Anche la fotografia fatta “solo per sé” non è mai del tutto priva di relazione. Può non esserci un pubblico, certo, ma c’è comunque un dialogo con sé stessi, con la propria memoria, con un tempo futuro, con un immaginario visivo che non nasce nel vuoto.
Basti pensare a un esempio emblematico, vero o falso che sia nella sua mitologia complessiva: Vivian Maier. Fotografava senza alcuna intenzione di mostrare, pubblicare o comunicare. Fotografava per sé. Eppure oggi è una figura iconica della storia della fotografia. Non perché lo volesse, ma perché il suo lavoro, una volta emerso, ha inevitabilmente attivato una relazione con altri sguardi. Questo non smentisce la natura profondamente personale della sua pratica, ma mostra come una fotografia possa nascere come gesto intimo e diventare, anche contro la volontà dell’autore, un fatto relazionale.
Il podcast, in questo senso, non voleva affermare cosa “deve” essere la fotografia, ma esplorare uno dei suoi possibili territori. La tua osservazione è comunque preziosa perché ricorda un rischio reale del discorso fotografico contemporaneo: quello di ridurre tutto alla funzione comunicativa o sociale. Tenerne conto è importante, e il fatto che tu lo abbia sollevato con tanta chiarezza è un contributo autentico al dibattito.
Grazie quindi per il tempo, l’attenzione e la passione con cui hai scritto. Il confronto, quando resta su questo piano, è sempre benvenuto.
Gentile Federico, ti ringrazio per la tua risposta, che finalmente è arrivata; aspetto ancora quella di Enzo Dal Verme che confido arriverà presto.
Vorrei intanto risponderti che la richiesta di una risposta al mio commento non l’avrei scritta (ma avrei atteso i tuoi/vostri tempi…) se non avessi ricevuto più di tre settimane fa una tua e-mail, nella quale ti scusavi per il ritardo nella pubblicazione del commento e nella vostra risposta…
…solo dopo quel tuo messaggio, ho scritto chiedendo notizie sulla tempistica di risposta.
Per entrare poi nel merito della tua risposta, contrariamente a quanto hai ipotizzato sul contemplare una teorica impostazione delle domande anche sulla fotografia introspettiva…vorrei ricordarti che nel podcast Enzo Dal Verme ha invitato tutti gli ascoltatori a farsi quelle domande e a provare a rispondere…di conseguenza, nel momento in cui lui chiede:
“Di che cosa hanno bisogno le persone per cui fotografi?”
e
“Cosa succede, dopo che abbiamo fotografato, per queste persone?”
…nel momento in cui lui chiede questo, a tutti gli ascoltatori, è di tutta evidenza che lui sta “generalizzando”, sta cioè cercando di far diventare “universale” qualcosa che, al contrario, è assolutamente e squisitamente “personale”.
Di fatto, sta dando per scontato che tutti facciano Fotografia per ALTRE persone, la ricerca “introspettiva” non è assolutamente contemplata qui, ed è fin troppo esplicito nella terza e nella quarta domanda, e questo era già chiarissimo sia nel podcast che nel mio primo commento.
Sull’interrogarsi su cosa accade quando la fotografia entra in una relazione, anche minima, anche potenziale (per usare le tue stesse parole), devo dirti che questa è una tua interpretazione, che non è affatto emersa nel podcast, forse è una sorta di tua “deduzione”, derivata dal tuo modo di vedere la fotografia, ma nel podcast non dice affatto così.
Quando poi scrivi (testualmente):
“Le domande finali che citi non sono pensate come prescrizioni (“si deve fotografare per qualcuno”), ma come strumenti di riflessione. A quelle domande si può rispondere anche dicendo: fotografo per me stesso, la persona sono io, e dopo non succede nulla. Anche questa è una risposta pienamente valida.”
Ti rispondo, no Federico, non è così…alle prime due domande si può rispondere che fotografo per me stesso…ma nella terza e nella quarta domanda, è davvero ineccepibile che lui sta dando per scontato che si fotografa per “altre persone”.
Sulla parte della fotografia introspettiva, ti ho già risposto, ed è una fotografia che prevede altre logiche, dinamiche, direzioni, motivazioni e scopi molto molto diversi da quelli impostati nel podcast.
Infine, visto che hai citato Vivian Maier, devo dirti che quello che gli hanno fatto è terribile!
Assolutamente e indiscutibilmente TERRIBILE!
La sua fotografia avrebbe dovuto morire con lei.
Resto in attesa della risposta di Enzo Dal Verme.
Niente!
Non c’è verso!
Non c’è nessuna possibilità di ricevere la risposta da chi ha tenuto il podcast!
Mi domando quale sia il senso di tenere un podcast su un argomento specifico come questo, se poi si sparisce e non si risponde nemmeno a determinate domande dettagliate nei commenti…