Nella settima puntata di Discorsi Fotografici incontriamo Massimo Siragusa, che racconta il passaggio dalla fotografia di ricerca alla professione, l’incontro con Ferdinando Scianna, il lavoro con Contrasto e il cambiamento del proprio linguaggio attraverso progetti come Leisure Time. La conversazione arriva poi alla crisi del reportage commissionato, alla cultura fotografica in Italia, agli effetti della privacy sulla fotografia di strada, al ruolo della postproduzione e al progetto Biblioteche presentato nell’ambito di Libri Come.
Nel Photo Bar ricordiamo Tim Hetherington e Chris Hondros, recentemente uccisi a Misurata, e riflettiamo sui rischi del fotogiornalismo. Parliamo poi di Nikon D5100, DxOMark, messa a fuoco e tolleranze fra corpo e obiettivo. Con Manuela Olivieri proviamo una Wacom Intuos4; infine iPhone, Flickr e condivisione immediata ci portano a chiederci quale futuro attenda le fotocamere compatte.
In questa puntata
La camera oscura: intervista a Massimo Siragusa
Massimo Siragusa ripercorre la propria formazione e l’ingresso nella professione, spiega il rapporto fra fotografo e agenzia all’interno di Contrasto e racconta Leisure Time come momento di passaggio verso una fotografia più lenta, documentaria e legata al territorio. Parliamo inoltre di cultura fotografica, crisi dell’editoria e della committenza, privacy e trasformazione del linguaggio fotografico, gallerie e collezionismo, quantità degli scatti, podcast e immaginazione, postproduzione e del progetto Biblioteche per Libri Come.
Photo Bar
Federico Emmi e Silvio Villa ricordano Tim Hetherington e Chris Hondros e riflettono sui rischi del fotogiornalismo. Il dialogo passa poi al mercato reflex dopo il terremoto in Giappone, alla Nikon D5100, a DxOMark, alla microtaratura dell’autofocus, alla prova Wacom con Manuela Olivieri e al ruolo sempre più interessante dell’iPhone come dispositivo fotografico capace anche di condividere subito le immagini.
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I temi della puntata
Questa settima puntata mette a fuoco due trasformazioni che stanno attraversando la fotografia. La prima riguarda la professione: Siragusa descrive un’agenzia in cui il fotografo diventa sempre più autore e proponente, mentre il reportage tradizionale perde committenza e risorse. La seconda riguarda gli strumenti: telefono, connettività e condivisione immediata cominciano a mettere in discussione la fotocamera compatta come oggetto separato.
Massimo Siragusa: dalla ricerca alla professione
Siragusa racconta di aver cominciato a fotografare durante gli anni universitari, seguendo il movimento studentesco e le manifestazioni. L’incontro con Ferdinando Scianna durante un workshop cambia il suo rapporto con la fotografia: la professione viene descritta come una scuola capace di porre problemi che la pratica soltanto personale non costringe necessariamente ad affrontare. Dopo un concorso e l’incontro con Roberto Koch, lascia Catania, passa da Milano e approda a Roma, entrando nel percorso professionale con Contrasto.
«Una cosa che non è mai cambiata in me è l’entusiasmo, la necessità di rimettermi in gioco continuamente, giorno dopo giorno.» — Massimo Siragusa
Leisure Time e un diverso rapporto con il paesaggio
Con Leisure Time l’interesse si sposta verso l’artificiosità della vacanza: spazi costruiti per il turismo, colori pastello, ambienti che sembrano sospesi fra realtà e messa in scena. Siragusa identifica in questo progetto l’inizio di un cambiamento stilistico, dal reportage più tradizionale a un approccio documentario, meditato e legato al territorio.
Contrasto: l’idea deve diventare dell’autore
Nel racconto di Siragusa non esiste una regola unica: alcune proposte nascono dall’agenzia, altre dal fotografo. Ma un progetto può funzionare soltanto se l’autore riesce a interiorizzarlo. Negli ultimi anni, osserva, il fotografo è diventato sempre più responsabile di proporre un proprio percorso, mentre l’agenzia interviene come interlocutore, produttore e struttura di confronto.
«Oggi, poi, si fa sempre meno produzione e il ruolo del fotografo è cresciuto come ruolo di autore che propone.» — Massimo Siragusa
Interesse per la fotografia e cultura fotografica
Siragusa distingue fra il grande interesse che vede intorno alla fotografia e una cultura fotografica realmente diffusa. Corsi, workshop e scuole mostrano una partecipazione forte, ma a suo giudizio l’Italia dispone di una consapevolezza dell’immagine meno estesa rispetto a paesi come la Francia.
«Non c’è una cultura fotografica veramente diffusa nel Paese.» — Massimo Siragusa
La crisi del reportage
Il passaggio più netto riguarda la committenza editoriale. I giornali, osserva Siragusa, hanno meno pubblicità, investono meno e quasi non esiste più una vera committenza disposta a finanziare preventivamente lavori che vadano oltre uno o due giorni, salvo casi molto rari. Il reportage come approfondimento si impoverisce anche perché viaggiare e produrre costa molto; intanto si aprono nuovi territori nei magazine online, nelle gallerie, nel collezionismo e nella ricerca personale.
«La fotografia di reportage sta vivendo un momento di grandissima crisi.» — Massimo Siragusa
Siragusa lega inoltre il cambiamento del reportage alle norme sulla privacy. In Italia, osserva, una parte della fotografia di strada riconducibile alla tradizione di Henri Cartier-Bresson e delle Images à la sauvette è diventata molto più difficile da realizzare. Il punto non è soltanto operativo: secondo Siragusa, il vincolo contribuisce a modificare il linguaggio, favorendo rapporti più costruiti con i soggetti e, in alcuni casi, il ricorso al ritratto al posto della ripresa spontanea.
«Anche il linguaggio è cambiato: si tende a un rapporto più pensato, più posato; magari, anziché fare reportage su una realtà, la si racconta attraverso una serie di ritratti.» — Massimo Siragusa
Venti fotografie invece di cinquecento
Siragusa non trasforma la quantità degli scatti in una regola universale. Racconta piuttosto la propria evoluzione: da una fase in cui scattava molto, anche per insicurezza, a un metodo quasi da banco ottico. La riduzione del numero diventa parte di un diverso modo di pensare la realtà.
«Se in un racconto tengo venti scatti, magari ne ho fatti venticinque, non cinquecento.» — Massimo Siragusa
Raccontare la fotografia senza immagini
Alla domanda sul senso di un podcast dedicato alla fotografia, Siragusa rovescia il presunto limite dell’audio: parlare di immagini senza mostrarle costringe ad attivare l’immaginazione, che considera una qualità fondamentale anche per il fotografo.
«Trovo molto bella l’idea di raccontare la fotografia senza vederla.» — Massimo Siragusa
Postproduzione: prima e dopo Photoshop
Mario Giacomelli e Man Ray servono a ricordare che l’elaborazione dell’immagine non nasce con il digitale. Il problema, per Siragusa, è un altro: quando la facilità dell’intervento successivo riduce l’attenzione allo scatto o quando la postproduzione, affidata ad altri, finisce per determinare il significato dell’immagine. Deve essere parte del linguaggio, non il sostituto del contenuto.
«Secondo me bisognerebbe cercare di essere quanto più esaustivi nel momento dello scatto, e la postproduzione dovrebbe essere il coronamento di un processo che avviene già prima e durante la fotografia.» — Massimo Siragusa
Biblioteche
Siragusa presenta anche Biblioteche, progetto realizzato attraversando circa quindici tra le biblioteche storicamente e culturalmente più importanti d’Italia. È una produzione nuova voluta dall’Auditorium Parco della Musica e presentata nell’ambito di Libri Come. Il lavoro riflette sul patrimonio culturale, artistico e architettonico custodito da questi luoghi e sul loro ruolo in un periodo segnato dalla riduzione dei fondi alla cultura.
«In questo momento le biblioteche, anche per la mancanza di fondi alla cultura, vivono grandi difficoltà.» — Massimo Siragusa
Tim Hetherington e Chris Hondros
Il Photo Bar si apre con il ricordo di Tim Hetherington e Chris Hondros, recentemente uccisi a Misurata. Da qui nasce una riflessione sul rischio del fotogiornalismo di guerra, sull’attrezzatura ridotta all’essenziale e sulla necessità di lavorare in condizioni in cui mobilità e sicurezza diventano parte concreta della pratica fotografica.
Nikon D5100, DxOMark e microtaratura
La parte tecnica segue il ritmo serrato dell’industria digitale: Nikon D5100, confronto con D7000 e D300S, sensori analizzati da DxOMark, discussione sulle cosiddette “soft lens” e sulle tolleranze fra corpo e obiettivo. Il punto più utile resta metodologico: un problema di nitidezza può dipendere dalla combinazione fra due componenti, non necessariamente dalla lente isolata.
Manuela Olivieri e Wacom
Manuela Olivieri entra nel Photo Bar per raccontare le prime impressioni di una tavoletta Wacom Intuos4 utilizzata anche con AutoCAD. La prova allarga il discorso fotografico al fotoritocco e agli strumenti con cui l’immagine digitale viene lavorata dopo lo scatto.
iPhone, Flickr e la fotocamera connessa
La chiusura guarda al possibile futuro della fotografia tascabile. Un accessorio Rollei per iPhone conduce alle statistiche di Flickr, alle app che simulano estetiche Lomo e vintage e soprattutto alla condivisione immediata. Ci chiediamo se la vera forza del telefono non sia soltanto nella qualità delle immagini, ma nella possibilità di scattare, elaborare e condividere fotografie con lo stesso dispositivo, e quanto questo possa incidere sul futuro delle compatte.
